«Voi stessi date loro da mangiare…»
Dino Pirri
Una spiaggia con una folla di disperati, che da giorni sono parcheggiati al margine della civiltà. Rifiutati da tutti, feriti dalla vita, fuggiti dalla desolazione provano a giocarsi l’ultima carta possibile. Cercano la salvezza. E in questa ricerca quasi disperata dimenticano di dormire, di mangiare, e persino la loro terra. Così, rimangono lì, sulla riva del mare, giunti da ogni luogo. In attesa che qualcuno li salvi.
Non siamo a Lampedusa, ma sulle rive di un lago. E non siamo noi la salvezza possibile, ma Gesù. È per incontrare lui che hanno tentato tutto per tutto. Per ascoltare la sua parola e sperimentare la tenerezza dei suoi gesti accoglienti, con i quali egli si fa prossimo dei poveri e dei “senza diritti”, dei peccatori e dei nullafacenti. Come pecore senza pastore, li descrivono gli evangelisti.
E quando comincia a farsi sera, e Gesù sta annunciando il Regno del Padre suo che è nei cieli, i discepoli rimangono “terra terra” e cominciano ad avvertire la fame. La soluzione migliore sembra quella di concludere la predica e di mandare tutti via, altrove. Perché possano comprarsi da mangiare nelle campagne più desolate e nei villaggi più lontani. Ma non qui. Dove c’è solo poca roba per soddisfare i bisogni essenziali.
Che si arrangino insomma! Noi non abbiamo per tutti. Che se ne tornino a casa o dove diavolo vogliono. Ma non qui! Fuori! Lontani! Tornino ad essere invisibili! Del resto non possiamo rinunciare al nostro “poco”. Non vogliamo rischiare di doverci accontentare del “niente”.
Sembrano intrecciarsi gli eventi passati e attuali, narrati dalle Scritture o dalla cronaca. E anche le voci si mescolano inaspettatamente. Le voci dei discepoli di allora e dei cristiani di oggi. Alla disperazione dei poveri si aggiunge la paura di chi sta bene.
E la Parola di Gesù? Quella rimane immutata nei secoli. A chi ha paura di giocarsi gli ultimi duecento denari egli risponde: «Voi stessi date loro da mangiare. Quanti pani avete?». Non ci viene chiesta una ulteriore azione militare, né un’oculata manovra economica. Non respingere. Non rimpatriare. Non ignorare. Ci chiede di “condividere”. Almeno a noi, che lo abbiamo riconosciuto Maestro e Signore. E non c’è possibilità ulteriore. Soprattutto quando la disperazione è stata generata dalla ingiustizia. Quando la disperazione è il prezzo pagato per costruire la nostra “civiltà” opulenta e indifferente, che ha deportato gli schiavi dall’Africa, poi ne ha succhiato immense risorse. E ora rimane sorda ad ogni grido.
Forse è tempo di scelte profetiche nuove da parte dei cristiani. Poiché la condivisione implica altri percorsi da assumere: la sobrietà, la giustizia, l’accoglienza, la legalità, la fedeltà, il primato dei poveri sull’interesse delle parti. Certamente lo Stato deve trovare soluzioni praticabili (che però non siano contro i diritti fondamentali!), le forze di polizia devono prodigarsi perché nulla degeneri in tragedia, la crisi economica impedisce di trovare il denaro necessario a fronteggiare questa ennesima “emergenza” annunciata.
Noi discepoli di Gesù, che abbiamo già constatato l’impossibilità di essere felici da soli e l’inefficacia del denaro nella ricerca di felicità, siamo chiamati a praticare la condivisione del pane della compassione, della accoglienza e del dono. Non altre strade. Non altre parole. Non altri pensieri.
Quel giorno, mentre tramontava il sole, la spiaggia inospitale della disperazione divenne un prato verde e accogliente su cui sedersi e riposare. Sul quale far giocare i bambini. E il coraggio della condivisione fu benedetto dall’unico Signore che ha creato la terra senza confini e il cielo azzurro per tutti. «Tutti mangiarono e si sfamarono, e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche di pesci» (cfr. Marco 6,33-44).










