1° Maggio. Ridiamo speranza al lavoro

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Movimento Lavoratori di Azione Cattolica
L'approssimarsi della festività del 1° Maggio, che quest’anno acquista un significato particolarissimo in virtù della beatificazione di Giovanni Paolo II, il Papa lavoratore, interroga il Movimento Lavoratori di Azione Cattolica e, attraverso esso, le comunità diocesane tutte, sull'opportunità di una riflessione e di una proposta che, partendo dalle realtà locali, ecclesiali e non, metta al centro il lavoro.
Si pone come necessità, perché è l'attuale situazione del nostro Paese a richiedere un impegno maggiore di riflessione e preghiera (che il Movimento Lavoratori di Ac promuove come ogni anno), sui disagi quotidianamente rilanciati da tutti gli organi d'informazione.
 
Così, mentre le notizie più “urlate” parlano di manifestazioni e di clamorose forme di protesta, nel silenzio generale da Nord a Sud aumentano i casi di chi sceglie di suicidarsi perché non trova un’occupazione o perché ha perso il lavoro e non riesce a mantenere la propria famiglia. Storie diverse, tutte con lo stesso drammatico epilogo. Non avere, o perdere, il lavoro porta oggi a togliersi la vita sopratutto per le persone più fragili, che già vivono una forte angoscia esistenziale. Vivere senza lavoro è per molti sinonimo d'insicurezza, vergogna e, chissà, anche colpa verso la famiglia o la collettività.
 
Un altro aspetto rilevante, che è emerso un questi mesi, è quell'idea sbagliata e certamente obsoleta di sviluppo e quindi di competitività che abbiamo visto propagandare sopratutto nelle situazioni di maggiore crisi industriale in Italia. Tale visione continua, nel silenzio generale, e nella ipocrita accondiscendenza dei poteri forti del Paese a contrapporre i diritti di chi lavora con le presunte esigenze del mondo dell'impresa. Convinti che tale impostazione sia di grande utilità alla parte meno imprenditoriale del Paese e che, al contrario, proprio la globalizzazione richieda, invece, un “di più” di capacità di favorire crescita attraverso processi d'innovazione che coinvolgano direttamente impresa e lavoro: insieme nella costruzione del futuro del Paese.
 
Vien da chiedersi, quindi, se sia possibile formulare una proposta che, da un lato, scuota le coscienze dei singoli e, dall’altro e nel contempo, consenta di contribuire a tracciare un sentiero di speranza, per comporre un'“agenda di speranza per il futuro del Paese” che, in quanto tale “chiede di essere praticata ed aggiornata insieme alle donne ed agli uomini di buona volontà” (dal Documento conclusivo della 46sima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani).
 
E allora, a partire da quel “non abbiate paura” che Giovanni Paolo II anteponeva sempre alla grandi sfide del secolo, oggi dobbiamo strutturare un nuovo patto intergenerazionale tra giovani ed adulti che, insieme, ripensino e rilancino il lavoro anche attraverso forme nuove di rappresentanza:  stimolando i primi ad esser autentici protagonisti del proprio futuro, guardando senza incertezze al presente e trovando in esso le basi per costruire il proprio percorso professionale, ed incitare i secondi ad essere veri maestri e testimoni anche rispetto a quei diritti faticosamente costruiti nel passato.
 
Agli adulti spetta il compito di mostrare, con la vita, ciò che realmente rappresenta il lavoro nella costruzione dell'identità della persona e trasmettere, così, un’eredità viva, da scoprire e rinnovare con entusiasmo e responsabilità.
 
 

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