Caritas: in Italia 8,3 milioni di poveri. Molti i giovani

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La Caritas Italiana insieme alla Fondazione Zancan presentano oggi, in occasione della “Giornata mondiale di lotta alla povertà”, l’undicesimo rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia, che si intitola “Poveri di diritti”. È infatti questo il problema principale, la mancanza di diritti in uno Stato in cui la Costituzione al primo articolo recita: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Non a caso il rapporto, pubblicato da Edizioni Il Mulino, si articola in due parti. Nella prima parte «vengono approfonditi i diritti dei poveri previsti dalla Costituzione e a livello internazionale. Molti sono ancora disattesi, anche perché non privilegiano l’incontro tra diritti e doveri, non valorizzano le capacità, non coinvolgono e promuovono la partecipazione dei poveri», si legge sul sito della Caritas. La seconda parte «si sofferma sul ruolo svolto dalla Chiesa nel contrasto della povertà economica. Tale ruolo si sviluppa attraverso azioni di studio, animazione, promozione e assistenza alle persone e famiglie in difficoltà».
I dati che sono stati anticipati dal rapporto Caritas-Zancan sono sconcertanti. In cinque anni, cioè dal 2005 al 2010, i giovani che si rivolgono ai Centri di ascolto della Caritas sono aumentati del 59,6% e tra questi il 76 per cento non studia e non lavora. Ma c’è di più, perché il «motore del Paese», quello che avrebbe dovuto prendere da tempo la staffetta generazionale, è in condizioni terribili, dato che il 20% di tutte le persone che si rivolgono alla Caritas ha meno di 35 anni. In Italia sono 2,73 milioni le famiglie povere, e se nel 2009 erano 7,8 milioni i poveri (13,1%), nel 2010 raggiungono la quota di 8,3 milioni (13,8%), il 20% dei quali è sotto i 35 anni. Ed essere poveri in Italia significa in sostanza vedersi tolto «il diritto all’esistenza», non avere reale cittadinanza. Equivale a perdere il diritto di trovare un nuovo lavoro, di mantenere la salute e la casa, senza contare gli affetti e la famiglia, spesso significa non avere più giustizia.
Il Rapporto lancia soprattutto un monito a non far sparire dai numeri e dalle statistiche l’impoverimento progressivo di larghe fasce della popolazione che, in virtù dello spostamento della soglia riconosciuta di povertà, rischiano di non figurare più perché associate a un diverso valore, dato da una valutazione precedente, non considerando il probabilissimo impoverimento subentrato nel corso del tempo a fronte di zero interventi sull’occupazione e sul costo complessivo della vita.
L’impoverimento infatti va inquadrato attraverso un approccio più complesso che non si esaurisca solamente ai numeri delle entrate economiche per ogni famiglia. Essere poveri oggi in Italia significa molto di più. Innanzitutto accedere sempre meno e con sempre maggiore difficoltà ai diritti fondamentali che prima il Sistema Paese riusciva a garantire - dalla salute all’istruzione - o spesso di averli con livelli di qualità ed efficienza molto più bassi che in passato.
Seguono poi i disagi dell’occupazione giovanile, la perdita di tutele nel mercato del lavoro, la precarietà come standard della vita occupazionale e quindi anche personale. Oggi è facile ritrovarsi repentinamente in una situazione di povertà anche estrema. Basta perdere il lavoro e non avere una rete familiare di salvataggio, come per tanti anni ha avuto l’Italia. A dircelo, ad esempio, sono i dati sull’utenza italiana in aumento allo sportello di aiuto dell’Help center per i senzatetto. In un grande polo come quello della Stazione Centrale di Roma i senza dimora che prima erano soprattutto stranieri, sono italiani, uomini e giovani tra i 30 e i 49 anni. Spesso padri che hanno perduto il lavoro e che non vivono in casa dopo una separazione.
Il Rapporto accende una luce su una povertà che non vediamo ancora, in modo prevalente, ai margini della società, ma che ha iniziato a trasformare la vita del ceto medio abbassandone progressivamente tutele e garanzie. Il povero è meno visibile, è dentro la società e non ne è estromesso. È un povero che deve ancora pienamente prendere coscienza di esserlo diventato, colpa di una negazione che persino dall’alto delle Istituzioni è stata cavalcata come arma d’imbonimento e rassicurazione.
Anche se molti sono gli anziani ridotti al limite della sussistenza, sono i giovani i protagonisti di questa matematica impietosa che non solo rendiconta la crisi, ma pronostica scenari di stallo, privi di dinamicità.

 

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