Guerra e fame bussano alle nostre porte
intervista con Maurizio Simoncelli di Stefano Leszczynski
L’orso polare non è più a rischio di estinzione, mentre per salvare la tigre siberiana i vertici della politica russa e cinese hanno stretto con determinazione un’alleanza epica. Chi si mobiliterà invece per i diritti umani? Dopo soli 62 anni di vita – compiuti da poco – la "Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo" rischia di trasformarsi in una vecchia e sbiadita fotografia di quello che fu la civiltà contemporanea. I luoghi della terra dove i diritti umani sono stati ormai estinti quasi non si contano più e questo triste processo di annientamento non accenna ad arrestarsi, minacciando anche le ultime traballanti “riserve”.
Tutti gli sforzi normativi dei cultori del diritto internazionale sembrano andati sprecati a causa di conflitti sempre meno convenzionali, di politiche miopi e di interessi economici dissennati, che hanno portato gli Stati a produrre 22.640 milioni di dollari di armi nel solo 2009. Il fenomeno è stato preso in considerazione da un gruppo di ricercatori dell’Archivio Disarmo che ha da poco pubblicato un libro edito da Ediesse intitolato "Dove i diritti umani non esistono più". Al curatore del volume, Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio Disarmo, abbiamo chiesto quali siano gli aspetti più eclatanti della negazione dei diritti umani in gran parte del mondo.
«Il primo dato importante – racconta a Segno Simoncelli – è quello che ci dice che nei conflitti ormai l’80% delle vittime è composto da civili inermi e solo il 20% riguarda i combattenti armati. I civili, insomma, sono diventati ormai da parecchio tempo un obiettivo primario nel corso dei conflitti. A essere cambiata è infatti la natura stessa delle guerre, che raramente sono interstatali e raramente sono combattute da eserciti regolari. Ormai è consuetudine soprattutto nei combattimenti intrastatali cercare di terrorizzare il gruppo avversario, distruggerne l’identità e annientarne la coesione sociale. È per questo che sempre più vengono prese di mira le donne e i bambini, oggetto di terribili violenze e di stupri sistematici. Basti pensare a quanto accaduto nel corso delle recenti guerre balcaniche o a quello che soltanto lo scorso anno è avvenuto in Congo, dove neppure le forze delle Nazioni Unite hanno potuto impedire lo stupro di 242 civili, tra i quali 28 bambini, nella regione del Nord Kivu».
Paradossalmente tutti questi scenari sono proprio quelli sui quali si è concentrato lo sforzo della comunità internazionale per tentare di vietare questo tipo di comportamenti. Siamo di fronte al fallimento dell’ordine internazionale che le Nazioni Unite hanno tentato faticosamente di costruire per oltre mezzo secolo?
Le Nazioni Unite cercano di fare il possibile per bloccare questi fenomeni, ma la diffusione incontrollata delle armi, in particolare di quelle leggere, in Africa soprattutto, incoraggia enormemente questo tipo di violenze.
Nel mondo – secondo i dati forniti dal Small arms survey 2010 - circolano oltre 875 milioni di armi da fuoco, di questi soltanto 226 milioni sono nelle mani di forze armate e di sicurezza.
Le armi leggere concorrono alla violazione dei diritti umani nel momento in cui la loro presenza e i loro trasferimenti diventano incontrollati e incontrollabili e il loro utilizzo diviene abuso. Basti pensare al caso del Sudan – per rimanere alla cronaca più attuale – dove si è appena concluso il referendum per la secessione del Sud Sudan dal resto del paese. Per decenni i combattimenti in questa regione hanno provocato milioni di morti e di profughi. In alcuni casi, come per il Darfur, la tragedia è stata così immensa da spingere la comunità internazionale a parlare di genocidio. Una situazione che ha provocato esodi di portata biblica e contro la quale il sistema Onu si è inceppato per gli interessi di alcuni membri, la Cina nella fattispecie, del Consiglio di Sicurezza. Ma pensiamo a quanto sono diffuse nel mondo situazioni del genere. Noi, in Italia, restiamo molto colpiti quando uno dei nostri soldati resta ucciso in Afghanistan, ma quante sono le persone che vengono quotidianamente coinvolte nei bombardamenti, nei massacri, negli stupri? E di questo, purtroppo, la gran parte dei mass media tiene poco conto.
Molti conflitti vengono ricondotti a situazioni di discriminazione religiosa. Quanto è rilevante il tema della libertà d religione nel prevenire le violazioni di massa dei diritti umani?
Purtroppo quello della motivazione religiosa è spesso un pretesto che viene adottato per nascondere altri interessi e per inasprire gli scontri tra popoli che magari hanno convissuto pacificamente per secoli nella stessa terra. Oltre alle vicende che sono state evidenziate in questi giorni dai notiziari, pensiamo alla terribile vicenda del Medio Oriente dove per secoli popoli di fedi differenti hanno convissuto pacificamente, mentre ormai da 60 anni è un territorio che non conosce pace. Altrettanto vale per la Nigeria, dove gli scontri si stanno intensificando e le cui ragioni sono legate agli interessi per le ricchezze naturali di questi territori. Le conseguenze di tutto ciò si riversano sulle popolazioni che si trovano espulse, cacciate, violentate nei loro diritti umani.
Quanto conta la responsabilità dei singoli governi in tutto ciò?
Pensiamo alla tragedia che ultimamente stanno vivendo paesi come l’Algeria e la Tunisia, gli scontri che sono in atto sono legati a una situazione economica difficile, non a caso si parla di “rivolta del pane”. La fame, la disperazione e la mancanza di prospettiva delle classi più umili stanno facendo sì che paesi che fino a ora avevano garantito una certa stabilità interna vedono progressivamente erodersi le basi della convivenza. L’Algeria in particolare è da anni in una situazione di progressivo logoramento della stabilità sociale, con tensioni molto forti. Queste condizioni si trovano terreno fertile quando i governi che non riescono a rispondere alle esigenze della popolazione vedono come unica soluzione quella di ricorrere alle armi. Situazioni simili non si ricordavano più da molti anni nel Maghreb.
Tuttavia il tema dei diritti negati riguarda anche gli Stati più democratici. Non a caso nel libro c’è un intero capitolo dedicato alle migrazioni e alla pratica dei respingimenti.
Assolutamente sì, perché come conseguenza di tutte queste guerre dimenticate e di queste violenze sistematiche c’è inevitabilmente una spinta a muoversi, a fuggire, a cercare altrove delle condizioni di vita migliori. Milioni di persone si spostano da una parte all’altra del proprio paese, o valicano frontiere, attraversano mari e continenti per non rischiare di morire. E qui entra in gioco la responsabilità degli Stati più ricchi. Con la politica dei respingimenti indiscriminati i paesi che avrebbero la possibilità di ospitare, almeno in modo mirato, le persone che sono oggetto di persecuzione, di pericolo di vita, i profughi che fuggono da situazioni di pericolo, si trovano invece a perseguire una politica di chiusura.
Quello che emerge dal libro è un fortissimo egoismo a livello internazionale. Come si è arrivati a questa degenerazione del sistema internazionale?
Nel momento in cui si è pensato che uno squilibrio tra Nord e Sud del mondo potesse essere gestito e mantenuto si è fatto il più grosso errore della nostra storia contemporanea. Si credeva che le differenze e le disuguaglianze non avrebbero prodotto conseguenze sui nostri stili di vita. È così che ci siamo trasformati in una “fortezza”, senza renderci conto che le contraddizioni di questo mondo non possono essere affrontate erigendo dei muri.
(Questa intervista e tratta dal n. 2 / 2011 (febbraio ) di Segno, la rivista mensile dell’Azione Cattolica Italiana, in questi giorni in arrivo nelle case dei suoi abbonati).










