Eucarestia e fragilità umana

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card. Dionigi Tettamanzi
L’Eucaristia è la via che Dio ci offre per vincere l’isolamento e l’emarginazione cui l’individualismo esasperato di alcune forme della cultura attuale sembra avere consegnato non solo coloro che soffrono nel corpo e nello spirito, ma anche quanti si prodigano per una nuova concezione della cura e dell’assistenza ai malati, ai disabili, agli anziani e ai morenti, una concezione che metta al centro la persona nel mistero sempre eccedente che abita la sua umanità. In realtà non sono soltanto i malati a sperimentare non poche volte la solitudine, l’indifferenza e l’estraneità, ma anche i medici, gli operatori sanitari e i pastori d’anime che non si rassegnano agli attuali imperativi dell’efficienza biotecnologica, della produttività aziendale, della impermeabilità dei rapporti tra chi cura e chi viene curato e della marginalizzazione della dimensione spirituale della vita del sofferente.
No! Non siamo soli nel soffrire e nel lenire le sofferenze, nel chiedere aiuto e nel prestare soccorso, nel cercare un senso per la nostra malattia e la fine dei nostri giorni e nell’offrire una compagnia a chi non riesce a scoprire il volto autentico della vita e della morte! L’Eucaristia è l’antidoto potente contro la solitudine dell’uomo in cammino, dell’uomo stanco e deluso, dell’uomo che cerca un compagno di viaggio quando scendono le tenebre e si fa sera (cfr. Lc 24, 13-35).
Al riguardo, come ci ricorda ancora Paolo VI, la comunione in Cristo, presente nell’Eucaristia, in forza della destinazione universale del suo sacrificio in Croce, si estende sino ad abbracciare “virtualmente l’intera l’umanità”. Così la comunione eucaristica va oltre la fraternità ecclesiale, perché spalanca al massimo l’orizzonte della nostra solidarietà umana in Cristo, sino a raggiungere anche coloro che non credono in lui. In quanto figli “reali” di Dio, in forza della “reale” presenza di Gesù Cristo nel suo corpo che è la Chiesa, anima dell’intera umanità, possiamo sentirci ed essere realmente fratelli di ogni uomo che incontriamo nel cammino della vita e che cerca insieme a noi conforto, aiuto e speranza.

Dio si prende cura del suo popolo
Nelle pagine dell’Esodo (cfr. 16, 2-4.12-15) scopriamo con stupore e gratitudine come Dio si prenda cura di ogni bisogno reale del suo popolo, anche il più concreto ed elementare.
Nel cammino verso la terra promessa gli israeliti hanno sperimentato la precarietà dell’esistenza umana, la sua fragilità, specie nei momenti nei quali mostra tutto il suo peso, genera fatica e mette alla prova la persona, anche la più matura e tenace.
Al gemito del popolo, che facilmente si tramuta in «mormorazione contro Mosé e contro Aronne» (v. 2), Dio risponde con la parola e con l’azione. Più precisamente: con una parola che da promessa («al tramonto mangerete carne e al mattino vi sazierete di pane»; v. 12) diventa azione («fece loro trovare le quaglie alla sera e, l’indomani, la manna, allo svanire della rugiada intorno all’accampamento», cfr. vv. 13-14).
Come non vedere in questo segno prodigioso dell’amore di Dio la profezia del dono eucaristico, del sacramento della nuova ed eterna Alleanza di Dio con noi? Con l’Eucaristia la Parola di Dio, proclamata e accolta nell’assemblea del popolo cristiano, si realizza nel Corpo e nel Sangue di Cristo presente sull’altare, compiendo la promessa più sorprendente e confortante di Gesù: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). E la forma del compimento di questa promessa passa attraverso un segno, quello sacramentale, che ci ricorda un fondamentale bisogno dell’uomo: la fame e la sete.
Con l’Eucaristia, Dio si prende cura dell’uomo in modo estremamente concreto, si prende cura della sua “fame” e della sua “sete” di ogni cosa, donandoci tutto se stesso nel Figlio suo Gesù, realmente presente nel pane e nel vino consacrato. L’Eucaristia ci insegna che l’amore è autentico solo quando è in azione, quando diventa un atto di dedizione concreta del nostro essere. Così si dischiude la vocazione naturale di ciascuno di noi: quella di vivere ciò che noi siamo, l'“immagine e la somiglianza di Dio” (cfr. Gn 1, 26), in cui Amore ed Essere coincidono perfettamente, sono un tutt’uno!

L’opera di Dio: il pane della vita
Il brano evangelico di Giovanni (cfr. 6, 24-35) ci ha fatto riascoltare il dialogo di Gesù con alcuni di coloro che avevano assistito il giorno precedente, sull’altra sponda del lago di Tiberiade, alla moltiplicazione dei pani e dei pesci e di essi si erano saziati.
«Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?», chiedono a Gesù i suoi interlocutori (v. 28). E’ una domanda che talvolta sorge anche in noi, desiderosi di farci partecipi della sollecitudine amorosa di Dio per l’uomo e per il mondo.
La risposta di Gesù è semplice e sorprendente: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (v. 29).
L’opera di Dio si realizza in noi attraverso la fede, un dono che l’uomo non può presumere di costruire a partire da sé, ma che è chiamato ad accogliere gioiosamente con la sua libertà, lasciandosi abbracciare dal Padre, attraverso il Figlio, nello Spirito Santo.
L’opera di Dio, la fede, quando è vissuta con intensità e generosità diviene feconda, si fa generatrice di innumerevoli e multiformi gesti d’amore, che la dottrina della Chiesa ha raccolto attorno al duplice settenario delle opere di misericordia corporale e spirituale. Opere che nascono dal desiderio di imitare, per quanto possibile all’uomo, la sconfinata Misericordia di Dio verso ciascuno di noi. A coloro che praticano la medicina e si prendono cura dei sofferenti è affidata la sfida di declinarle in stili di carità capaci di incontrare le nuove fragilità e povertà dell’uomo contemporaneo.
Sulla via della “carità eucaristica” ci precedono e ci guidano numerosi santi che hanno fatto dell’Eucaristia il cuore ardente della loro vita.
Vorrei qui ricordare brevemente solo la beata Madre Teresa di Calcutta. Sulle sue labbra la parola “carità” dice non un amore “nostro”, scaturito spontaneamente dal cuore dell’uomo, bensì un amore “ricevuto”, radicalmente nuovo, inimmaginabile: è l’amore stesso di Dio che ci raggiunge gratuitamente in Gesù Cristo, generando in noi l’energia spirituale di rispondere con il medesimo cuore di Cristo. E’ lo stesso amore di Gesù e a Gesù che porta Madre Teresa e le Missionarie della Carità a dedicare l’intera vita ai più poveri tra i poveri, ai malati e ai morenti di cui nessuno si prende cura. Madre Teresa non vuole che le sue suore si dedichino con tutto se stesse ai bisognosi senza che prima – sono sue parole – «abbiano incontrato Gesù a tu per tu, da sola a sola [...in un] contatto quotidiano con Gesù, non un’idea, ma una persona viva e vera» (Lettera, 25 marzo 1993). Per questo così scrive nella loro Regola di vita: «Al sorgere e al calare del sole ci ritroveremo regolarmente per un’ora di adorazione in intimità con il Fratello Gesù» presente nell’Eucaristia (n. 19).
Interrogata su dove trovassero le sue figlie quotidiana ed eroica forza per chinarsi sui moribondi piagati, abbandonati nelle strade di Calcutta, Madre Teresa rispose: “Esse amano Gesù e trasformano in azione questo loro amore”.
Sia così anche per noi!

(XXV Congresso Eucaristico Nazionale  -Dall’Omelia alla Celebrazione eucaristica in Ancona, Cattedrale di San Ciriaco, 6 settembre 2011)

 

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