I CATTOLICI NEI 150 ANNI DI UNITÀ NAZIONALE

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Alberto Monticone
È necessario innanzitutto precisare che non si vuole rivendicare il contributo dei cattolici alla costruzione dell’unità della società italiana, ma riflettere sul loro modo di essere stati cittadini lungo il faticoso, travagliato eppure fortemente sentito percorso di riconoscersi dentro una comunità di spirito, di valori, di storia e di umanità, prima ancora che in uno Stato. Siamo sollecitati dalla ricorrenza a compiere una sorta di esame di coscienza, abbastanza inconsueto nelle nostre tradizioni, desiderosi di rievocare gli aspetti positivi e stimolanti e di considerare senza omissioni quelli segnati da incoerenza o egoismo di parte.
Poiché la cittadinanza non si esprime solo nella militanza politica la nostra attenzione si deve rivolgere al vissuto del popolo cristiano del nostro Paese, in riferimento alla sua partecipazione alla vita della società civile e nel contempo alla sua autentica espressione di coerenza religiosa ed etica secondo il criterio della laicità cristiana. Tale storia vissuta si è articolata sul versante ecclesiale pubblico in tre grandi fasi – la difesa della libertà e del primato del papa nel primo cinquantennio, il sistema concordatario durante il regime fascista, il cammino verso il Concilio Vaticano II e il suo recepimento –, mentre su quello civile si può scorgere uno sviluppo più articolato, pur sempre connesso con le vicende della Chiesa e del pontificato, riconducibile ad alcuni momenti principali: il tempo dell’opposizione con il graduale inserimento nella vita nazionale, il consenso al regime e la Resistenza, la costruzione della Repubblica, la guida politica del Paese, il ripiegamento nella difesa di sé come minoranza.
È però necessario, come ci suggerisce la storiografia più recente, coniugare le vicende politiche e sociali dei cattolici con l’evoluzione stessa del modo di essere della Chiesa in Italia con la variegata e mutevole interpretazione ed incarnazione di esso nella realtà quotidiana lungo un secolo e mezzo.
Si suole giustamente indicare nella legge delle guarentigie e nella connessa protesta di Pio IX l’elemento determinante della cosiddetta opposizione cattolica. Ma è opportuno considerare piuttosto la stretta permanente e naturale relazione tra il cattolicesimo del nostro Paese e la presenza del vicario di Cristo a Roma, cogliendo piuttosto in questo storico legame, dopo il 1861 e il 1870, un fattore di solidarietà nazionale intorno alla cattedra di Pietro certo nel dissenso circa la struttura statale, ma quale forza unificante di esperienza religiosa comunitaria sino ad allora più articolata e frammentata. L’Episcopato che si era per note ragioni storiche legato alle dinastie locali, oltre che in forza del Concilio Vaticano I, si strinse intorno al pontefice in una consonanza di voci, in una circolazione di indirizzi e di comunicazione, in una convergenza di istruzioni al popolo cristiano. Non si può parlare di una conferenza episcopale italiana, eppure furono superate praticamente le antiche rigide circoscrizioni ecclesiastiche e regionali.
La fine del potere temporale anche per questo verso rappresentò un vantaggio per la Chiesa, una liberazione – come disse Paolo VI – pur nelle difficoltà e nei contrasti. E la realtà di base del cattolicesimo italiano che si mobilitò per difendere i diritti e le prerogative del Papa, fu maggiormente permeata dalla unitaria tensione a vivere la fede secondo le indicazioni pontificie e ad offrire una sorta di diretto baluardo intorno alla Santa Sede. I primi passi dell’organizzazione del laicato cattolico, come ha notato Giorgio Campanini, prima ancora della breccia di Porta Pia furono mossi da Fani e Acquaderni all’insegna dell’attiva fedeltà al vicario di Cristo, ma al fine di costituire l’Azione Cattolica Italiana con una precisa sottolineatura di questo suo aggettivo. Del resto nel 1968 quando la grande associazione del laicato cattolico celebrò i suoi 100 anni di fondazione, il suo presidente Vittorio Bachelet promosse un’importante pubblicazione storica che ne illustrava sin dagli inizi l’italianità, mentre egli stesso più volte ne aveva espresso con chiarezza questo tratto caratteristico in alcuni suoi discorsi e articoli, sino a quello del 1961 “Una celebrazione serena”, in occasione di quel centenario nazionale.
Per tutto il cinquantennio dell’opposizione cattolica l’associazionismo ecclesiale dei laici si sviluppò capillarmente sia dal punto di vista religioso sia nella sua versione sociale e civile. Non era agevole un’organizzazione che raggiungesse davvero ogni parte della penisola, sia perché le stesse strutture politiche, amministrative ed economico-sociali per il modo con il quale furono create ed estese provocarono ed incontrarono non poche difficoltà – basti pensare alle origini della questione meridionale –, sia per le disparità di tradizioni e di esperienze religiose, e tuttavia sino alla prima guerra mondiale un vivace fermento nei municipi, nelle aggregazioni sociali locali, nelle iniziative popolari di ordini religiosi, nella diffusione di catechesi e di letteratura spirituale caratterizzò la società di base. Se l’Opera dei congressi e dei comitati cattolici solo progressivamente raggiunse la maggior parte delle aree periferiche e, dopo la sua crisi agli inizi del Novecento, neppure l’Unione Popolare ebbe in tale direzione un pieno successo, l’Italia religiosa nelle sue articolazioni di base mostrò una grande vivacità di iniziative che dal particolare promuovevano una aggregazione morale e civile. Tutto il mondo cattolico italiano mostra tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo una ricca molteplicità di iniziative che trovano la loro espressione e documentazione nell’innumerevole schiera di giornali e giornaletti locali, di bollettini diocesani e parrocchiali, di pubblicazioni e manuali dell’Azione Cattolica. Si tenga presente che la lingua usata in questo tipo di stampa e di comunicazione era l’italiano, mentre nella stessa omiletica parrocchiale ancora si utilizzavano i dialetti e che la scolarizzazione primaria faticava a raggiungere una parte notevole della cittadinanza. L’iniziativa politica di don Sturzo, emblematicamente riconducibile al suo discorso del 1905, facente leva sulle amministrazioni locali si colloca appunto nel contesto di questa più grande realtà dell’area cattolica e addita il percorso virtuoso di una possibile unificazione civile dalla pluralità delle esperienze locali all’universalità di un sentire e vivere in comune.
Significativa nello stesso tempo fu l’iniziativa delle Settimane sociali dei cattolici italiani incontro nazionale che dal 1907 divenne l’appuntamento cardine dell’Unione popolare il cui periodico si intitolò “La Settimana sociale”. Molto importante fu quella del 1913, che si celebrò a Milano in occasione del centenario dell’editto di Costantino, nella quale il presidente Giuseppe Dalla Torre tenendo il discorso conclusivo, pur con alcuni cenni critici nei confronti dello Stato, espresse con chiarezza l’abbinamento tra la fedeltà al pontefice e lo spirito di cittadinanza nazionale del movimento cattolico.
L’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale e il pontificato di Benedetto XV costituirono per i cattolici italiani un momento di svolta rilevante nel loro percorso di cittadinanza: papa Della Chiesa non solo contribuì a togliere di mezzo gli ultimi ostacoli nei rapporti con lo Stato italiano, ma anche promosse la riorganizzazione dell’Azione Cattolica distinguendo l’ambito ecclesiale da quello politico, pur coniugandoli secondo un criterio che oggi potremmo definire di laicità cristiana. La sua linea di pontefice della pace, anche in contrapposizione agli interessi e agli orientamenti dei governi delle nazioni belligeranti, consentì al movimento cattolico italiano di compiere una chiarificazione essenziale tra Patria e Stato, riconoscendo nella prima il luogo eccellente della cittadinanza di tutti e in particolare dei credenti in modo che il servizio alle istituzioni statali potesse liberamente e senza rinunzie allo spirito critico essere compiuto con dedizione. La stessa durissima prova della guerra con i suoi immensi sacrifici e dolori, pagati anche dai cittadini meno integrati nella società, fu per tutti, e in particolare per i cattolici, la via nel riconoscersi partecipi delle stesse sofferenze, solidali nel reciproco aiuto e solleciti di un futuro migliore. Più che sentimenti di nazionalità valsero quelli di fraternità nella sofferenza, naturalmente passibili poi di essere declinati in termini diversi e comunque base ormai solida di un forte senso di appartenenza ad una comunità. In questo senso è illuminante un articolo di Bachelet del 1959 nel periodico “Gioventù”, dal titolo “Il cittadino e la Patria”, che faceva cenno proprio alla Grande Guerra dopo Caporetto e alla Resistenza.
Il secondo momento rilevante nella storia della Chiesa italiana è l’accordo concordatario del 1929 variamente recepito nel laicato cattolico e tuttavia riferimento per le proprie scelte. I Patti Lateranensi convenivano al regime ed alla Chiesa, anche se poi furono più vantaggiosi per il primo che li strumentalizzò: su di essi come sulle loro conseguenze sino alla costituzione repubblicana la storiografia e la valutazione politica si sono ampiamente esercitati. La vita della Chiesa in quel sistema concordatario e nel regime fascista non può essere considerata solo negli aspetti di collusione o di incipiente opposizione: la vita del popolo cristiano nel nostro Paese dovette svolgersi in quel contesto senza esaurirsi nel riferimento alle due autorità e neppure nell’obbedienza o, nei settori più consapevoli, nella critica; come ogni epoca il cristiano comune dovette vivere quel tempo così come gli veniva offerto cercando di corrispondere con coerenza ai principi della propria fede. E se si guarda con attenzione ai profili popolari, cioè alla cerchia più vasta dei fedeli, si può notare che in quel ventennio pur attraverso difficoltà, incomprensioni o talvolta a prezzo di esclusioni vi fu una diffusa crescita spirituale e comunitaria, soprattutto nell’associazionismo. Sono quelli gli anni di una riviviscenza delle parrocchie, degli oratori e dell’Azione Cattolica con il segnalarsi in ambito maschile e femminile di personalità esemplari, che solo recenti ricerche restituiscono ad una conoscenza più puntuale. Tutto ciò avveniva non tanto al riparo del concordato o all’ombra del campanile, o come per altri aspetti si dice nel chiuso delle sacrestie, quanto piuttosto in una fitta rete di attività caritativa materiale e morale, terreno nel quale crebbe un italiano diverso da quello prescritto e praticato dal regime fascista, un italiano cattolico non isolato che poteva riconoscersi ed incontrarsi con altri a lui simili in ogni regione. Vi erano indubbiamente altre componenti culturali e sociali che costituivano sia pure in nuce un’alternativa formativa rispetto a quella imposta dal fascismo, ma proprio questo humus del mondo cristiano consentì nel periodo della guerra a fianco del regime nazista di mantenere e sviluppare l’umanità calata nell’identità nazionale, dalla quale derivarono sia la resistenza attiva dei partigiani cattolici, sia quella più generale sulla quale poterono far leva le forze della liberazione.
Con la rinascita alla democrazia e la fondazione della Repubblica, basata sulla Carta costituzionale entrata in vigore nel 1948, la cittadinanza dei cattolici trovava uno straordinario terreno fecondo, non tanto perché essi stessi vi avevano contribuito in modo determinante nell’opera della Costituente ed ora si trovavano alla guida del Paese, quanto piuttosto perché la comunità civile si andava costruendo su principi di promozione della libertà, di personalismo comunitario, di solidarietà e di giustizia sociale, principi che nella vigilia e nella preparazione erano stati al centro delle aspirazioni e degli ideali di una loro parte pionieristica e rispondevano ora alle radicate e diffuse attese popolari della loro storia. Essi potevano sentirsi partecipi di una rinnovata unità degli italiani, pur se faticosa da tradurre in pratica nelle sfide della ricostruzione.
Un positivo intreccio si sviluppò tra le donne e gli uomini impegnati nella politica e nel governo e la realtà di base del mondo cattolico, dal quale essi in gran numero provenivano e nella temperie di quel tempo di seminagione e di invenzione civile si ebbe un periodo di grande sviluppo della vita cristiana popolare nell’associazionismo, nel lavoro, nelle professioni, nel sistema educativo e formativo, nella comunicazione, tanto che si può scorgere una vera rete distribuita in ogni parte del Paese. Tuttavia qualche ombra era rappresentata, pur nel legittimo e comprensibile contrasto ideologico nei confronti delle sinistre e specialmente del comunismo e nella conseguente difesa dei propri valori nella società, dall’affacciarsi di un difetto che in taluni momenti affiora nella storia del cattolicesimo in Italia e cioè del timore del sopravvento di quello che si considera l’avversario, timore che fa ricorrere a mezzi esteriori più che a irrobustimento del proprio cristianesimo, che fa arroccare più che agire a tutto campo. E qualche segnale si ebbe in quegli anni Cinquanta, non nell’adesione ai Comitati Civici di cattolici inseriti nella comunità ecclesiale, quanto piuttosto nel sostegno politico alla DC e ad altri partiti antagonisti delle sinistre più per tutela di interessi che per convinzioni valoriali.
Con il Concilio Vaticano II si purificò, per così dire, il rapporto tra i cattolici italiani e la politica e, più in generale, tra il popolo cristiano e la comunità civile: sembra di poter riconoscere nel decennio aperto dal Concilio segni di maturità della loro cittadinanza nella Repubblica, superando l’antico e ancora permanente scarso senso dello Stato. A ciò contribuì non solo l’apporto dell’associazionismo, specie nelle sue componenti culturali, ora tendente a farsi più consapevolmente popolare – come avvenne nell’Azione Cattolica sotto la guida di Vittorio Bachelet e mons. Franco Costa –, ma anche l’avvio sistematico di una pastorale da parte della CEI e realizzata da un clero formatosi nella nuova temperie, sollecito nella promozione della chiesa locale.
Quella stagione fu però al tempo stesso una sorta di selezione nella Chiesa e nella società tra quanti erano realmente coinvolti dalla proposta conciliare e coloro che invece la recepivano passivamente: così si verificarono il noto fenomeno della crisi di consistenza dell’associazionismo, in particolare di quello cattolico, e la crescita dell’anonimato ecclesiale, con la conseguenza di un forte indebolimento del senso di appartenenza tanto alla comunità civile quanto a quella ecclesiale. Sorsero allora nuovi movimenti con una forte connotazione di impegno religioso, taluni di essi con una significativa azione sociale, che tuttavia, pur costituendo un fermento di rinnovamento, non arrestarono l’incipiente frammentazione del mondo cattolico e la sua ripercussione sulla stessa coesione nazionale.
Ma quell’Italia cattolica, che si era impegnata nella faticosa ricostruzione anche a prezzo di grandi sacrifici e di forte emigrazione e che stava attraversando la fase di un incipiente benessere, non era ancora indebolita eticamente dal consumismo ed oppose, insieme con tanta parte del Paese, una ferma resistenza al terrorismo degli anni di piombo, sotto i cui colpi caddero prestigiose figure, quali Moro e Bachelet, ed una serie di cittadini che nel semplice servizio allo Stato, cioè nella promozione del bene comune, avevano compiuto il loro dovere, spesso ben oltre quanto richiesto dalla loro professione e comunque con grande dedizione. La vicinanza della Chiesa popolo di Dio in cammino nella storia secondo le indicazioni conciliari fu indubbiamente una componente non secondaria dello stringersi intorno ai valori semplici della convivenza civile in una solidarietà che travalicò divisioni politiche e sociali.
I primi piani pastorali della CEI a cominciare da quello “Evangelizzazione e promozione umana” e il rinnovamento della catechesi, con la pubblicazione di testi di formazione sacramentale comprendenti l’educazione civile quale itinerario necessario al laico cristiano, favorirono il crescere tra i fedeli, specialmente tra i giovani, di una diffusa sensibilità per l’impegno sociale espresso nel volontariato cristianamente ispirato e realizzato in cooperazione con persone e gruppi di ogni provenienza. Ma proprio tale spontaneità, divenuta ben presto un consistente movimento variamente articolato e svincolato da forme di ufficialità costituì una sorta di passo in avanti rispetto alle istituzioni ed alla politica e solo marginalmente riuscì a scuotere il popolo dei fedeli dall’anonimato. Nonostante la grande prova collettiva negli anni più duri della violenza dei terroristi rossi e neri e questo fiorire di una diffusa aristocrazia del servizio, o forse proprio per questi motivi, con la scomparsa di molti tra i protagonisti della Repubblica costituzionale, tra gli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta si andò ampliando la divaricazione tra rappresentanti e rappresentati, rinverdendo uno dei difetti originali del sistema politico italiano postrisorgimentale, che però nell’Ottocento era determinato dalla ridottissima base elettorale. La declinazione unitaria del contributo dei cattolici iniziò allora ad essere compiuta senza un robusto riferimento alle istituzioni repubblicane, così come del resto avveniva nel confronto tra le forze politiche sempre meno motivate da ideologie e talora da ideali.
Superati i momenti di fervore e di entusiasmo del periodo conciliare e quelli di comune sofferenza solidale negli anni di piombo, l’ultima parte del secolo scorso vide i cattolici italiani frammentati in ambito ecclesiale, dispersi nella militanza e nelle scelte politiche e soprattutto scarsamente interessati alle sorti del Paese. Ciò accadde ben prima del manifestarsi della crisi della DC e delle vicende legate a quella che va sotto il nome di Tangentopoli: la secolarizzazione nella vita quotidiana, nelle relazioni sociali, nel modo di pensare penetrò ampiamente tra i fedeli modificando sia il loro rapporto con la Chiesa, e quindi con il loro essere comunità, sia infiacchendo la loro testimonianza di cittadini. Il ripiegamento nel privato o, meglio, nell’interesse particolare, indotto oltre che dalla secolarizzazione dall’esaurirsi del benessere materiale della prima generazione repubblicana, fu ben diverso e certamente peggiore del non expedit imposto nel primo cinquantennio unitario o del riparo nelle sacrestie del tempo del regime fascista, che avevano consentito attività di base e preparato la rinascita nella libertà. Era il segnale di un indebolimento etico, una sorta di rinunciatarismo di fatto, che si cercò di contrastare con l’istituzione di numerose scuole di formazione socio-politica e al quale la stessa CEI cercò di porre riparo con la ripresa della celebrazione della settimane sociali e nel ‘95 con un progetto culturale.
La consapevolezza di essere minoranza, anche se restava una maggioranza di battezzati e di credenti a loro modo connessi con la fede ma sempre meno partecipanti alla comunità ecclesiale, spinse i cattolici sulla difensiva rispetto alla secolarizzazione della stessa legislazione e comunque dell’etica civile, con il conseguente appannamento dell’apertura promossa dal Concilio e del senso di appartenenza alla Repubblica. La riprova fu nel fatto che una parte ristretta di essi cercò di richiamare i principi del Vaticano II e contestualmente quelli della Costituzione repubblicana, seguendo la linea della duplice cittadinanza tracciata in modo esemplare vent’anni prima da Giuseppe Lazzati ed incarnata nell’Azione Cattolica da Vittorio Bachelet, mentre Giuseppe Dossetti da monaco si faceva nei suoi ultimi momenti paladino della Carta Costituzionale.
La fine del partito di riferimento e di mediazione politica favorì il prevalere di tendenze al contrattualismo sia da parte dell’autorità ecclesiastica, sia in generale del mondo cattolico: una ripresa del metodo concordatario, manifestatasi agli inizi di questo secolo, meno giustificato rispetto al 1929 quando ci si trovava di fronte ad un regime autoritario e comunque dimentico dello spirito espresso nel primo articolo dell’accordo di revisione del 1984. La giusta difesa dei cosiddetti “valori non negoziabili” venne nella prassi accompagnata nell’area cattolica da una tendenza a negoziarne altri in base ad interessi rispettabili ma quasi con una distinzione di categorie che il Concilio e la migliore tradizione del movimento cattolico non avevano certo avallato. E soprattutto tale difesa essenziale lasciava mano libera a preoccuparsi di interessi ben più mondani o particolaristici, lontani dalla scelta preferenziale per i poveri e dalla solidarietà nazionale ed internazionale, con effetti negativi sull’unità della comunità nazionale. Però la conseguenza più rilevante di tale orientamento fu il lasciar spazio alla strumentalizzazione politica al fine del consenso, strumentalizzazione resa peraltro più agevole da improprie prese di posizione di correnti laiciste nel Paese e da una vasta minore sensibilità etica nell’opinione e nella prassi pubblica.
Con l’inizio del XXI secolo si è accentuata la frammentazione dei cattolici italiani, conseguenza del loro ripiegamento sia nel prevalente atteggiamento difensivo tanto sul piano valoriale quanto su quello politico, sia nella preoccupazione per la propria specifica sicurezza economica e sociale: ogni gruppo, ogni ambiente, si potrebbe quasi dire ogni campanile – se ancora i campanili contassero – pare adottare un’ottica circoscritta, proprio l’inverso dell’insegnamento del Concilio sul popolo di Dio e sulla chiesa locale. La causa di tale situazione, che non è solo dei cattolici, è certamente da ricercarsi anzitutto nella crisi dell’economia che ha investito tutta l’Europa e l’Italia in particolare, ma anche nel declino del riferimento al patto civile della Costituzione, in altre parole alla Repubblica, al suo spirito, ai suoi valori ed alle sue norme, anche se queste ovviamente possono essere nelle modalità previste adeguate all’evolversi della società.
L’unità degli italiani, come quella di ogni altro popolo, non è mai raggiunta stabilmente ed in forma definitiva, come mostra la storia di questi 150 anni; è piuttosto una mèta, una sfida che va ben oltre confini geografici, territoriali, politici, ideologici o culturali. Essa richiede l’esercizio di una piena, responsabile e solidale cittadinanza, che per i cattolici non può che essere l’espressione di una carità civile, cioè amore a questo Paese e alla sua gente, nello spirito dell’antico testo dell’“A Diogneto”, del Vaticano II e dell’“eros e agape” secondo l’indicazione data da Benedetto XVI.

(Intervento del prof. Alberto Monticone al XXXI Convegno Bachelet, “L’unità della Repubblica oggi. Tra solidarietà nazionale, autonomie e dinamiche internazionali”  Roma, 11 e 12 febbraio 2011).
 

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