Il cimitero degli sconosciuti

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Questo è ormai il Canale di Sicilia: quel tratto di Mediterraneo che ha il suo cuore tra le coste tunisine e Lampedusa, l’Isola Bianca, un lembo di Italia e d’Europa che nella notte tra martedì e mercoledì ha ingoiato l’ennesima carretta del mare; questa volta erano 300 i migranti, tra essi molti bambini. Pochi i sopravvissuti. Molti i cadaveri che ancora si raccolgono in queste ore.
Persone. Un’umanità dolente che scommette la vita inseguendo il sogno d’un benessere negato, in fuga da dove povertà e guerre sono l’insopportabile normalità. Anonime vittime sacrificate sull’altare delle “diversità incolmabili” generate dalle sperequazioni economiche, politiche e sociali.
Arrivate dal mare con ancora negli occhi l’illusione di averla sfangata. Ingannate dalla fortuna di essere riuscite a vincere la fame, la sete, le ustioni inflitte dal sole del Sahara e la lunga permanenza nelle “stazioni di sosta” del Nord Africa, in attesa dell’improbabile “comandante”, passeur, che ha promesso il biglietto di sola andata verso l’Europa. Una promessa che spesso costa al passeggero quanto tutto ciò che possiede.
Nessuno si faccia illusione che questo naufragio possa essere considerato l’ultima tragedia. Sappiamo tutti che ce ne saranno ancora altri di naufragi, almeno fin tanto che uomini non esiteranno a caricare altri uomini su barche destinate al macero, all’ultimo viaggio, esposti a un incertissimo destino. C’è chi racconta che è accaduto pure di mettere in mare barconi senza marinai, una bussola a qualcuno dei passeggeri e il consiglio: «Questa è la rotta, seguitela».
L’Azione Cattolica come la Caritas Italiana chiede che, al di là dell’affrontare l’emergenza del momento, si agisca sui Paesi da cui i migranti partono e su quelli attraverso cui transitano per evitare il perpetuarsi di viaggi allo sbaraglio come quelli che si concludono tragicamente nel Canale di Sicilia.
Dalle informazioni che arrivano molti dei dispersi e dei sopravvissuti provengono dal Corno d’Africa: disperati che tentano il tutto per tutto, compreso affidarsi a chi lucra sulla loro sorte. La comunità internazionale ha oggi il dovere di supplire alla precarietà e alla fragilità di quei Paesi accompagnando il viaggio di chi fugge. In particolare, si possono creare dei percorsi facilitati, fasce di territorio protette, una specie di corridoi umanitari gestiti dalla comunità internazionale che servano a controllare il movimento delle persone, ma allo stesso tempo proteggerle da abusi e violazioni di diritti.
Serve inoltre evitare di tenere concentrate in un unico luogo, come a Lampedusa, tutti coloro che arrivano. Siamo un grande Paese, non possiamo temere l’arrivo di poche migliaia di persone. Fingere che non siamo in grado di gestire la loro presenza o il loro passaggio verso altri luoghi d’Europa. Un permesso di soggiorno temporaneo è ormai necessario.
Non ultimo, la comunità cristiana ha il dovere di esser tale: dobbiamo vedere in ogni persona umana l’inalienabile dignità della creatura che porta in sé l’immagine di Dio. Spetta a ciascuno di noi la responsabilità della salvaguardia dei diritti umani e il dovere della solidarietà per tutte quelle persone la cui vicenda storica non possiamo ignorare.
 

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