Il mistero del male

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Ugo Ughi
Fin dal primo capitolo il vangelo di Marco pone Gesù, e noi con Gesù, di fronte al mistero del male; perché il male resta un mistero, sia che si tratti del male spirituale, cioè il peccato, per la cui purificazione predica e battezza Giovanni Battista, sia che si tratti dei tanti mali fisici e morali, che affliggono l’esistenza umana, per il cui lenimento e per la cui guarigione la gente si accalca, fiduciosa, intorno a Gesù (cf Mc 1,32-34; 6,53-56; Mt 4,24).
Nonostante il gran bene compiuto, Gesù è stato accusato di essere in combutta con il demonio, anzi con Beelzebul, capo dei demoni (cf Lc 11,15). Il dato di fatto è che lui i demoni li domina e li scaccia, offrendo in tal modo un segno evidente che il regno di Dio si va facendo spazio nel cuore dell’uomo e della storia: “Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio” (Lc 11,20). E Gesù è venuto precisamente per annunciare e impiantare nel mondo il regno di Dio (cf Mc 1,15).
Sarà questa la missione affidata da Gesù ai discepoli e alla chiesa nel corso della storia: “Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino” (Mt 10,7).
È vero che in Gv 12,31 satana è chiamato “principe di questo mondo”: di lui l’uomo è succube, ma in forza dell’innalzamento di Gesù da terra satana viene sconfitto e gettato fuori, in modo che tutti siano attirati da e a Colui che è stato trafitto (cf Gv 12,31-32; 19,37).
Gesù, dunque, è colui che vince il maligno; di conseguenza, è colui che vince ogni sorta di male, sia il male fisico che quello morale e spirituale. Secondo la mentalità del tempo, il male, anche la malattia, è collegato strettamente con il maligno (cf Gv 9,29).
L’opera di Gesù che è radicale, decisiva e definitiva, perché scende nelle profondità del cuore umano, non si compie secondo lo stile annunciato da Giovanni Battista (cf Mt 3,10). Gesù non è venuto per strappare e per stroncare, ma realizza la sua opera con rispetto della libertà umana, proponendo e proponendosi; perciò con gradualità, chiedendo la partecipazione attiva dell’uomo.
A proposito ricordiamo la parabola della zizzania (cf Mt 13,24-30.36-43). D’altra parte, il regno dei cieli è rappresentato da un “granello di senape” (cf Mt 13,31), che per la sua maturazione e fecondità conosce e rispetta i ritmi naturali della crescita: una realtà piccola e dinamica, che cresce per la sua vitalità e potenza interiore (cf Mc 4,26-29). Quest’ultima è immagine di speranza e di pazienza (cf Gc 5,7-8).

In questo contesto culturale e religioso si colloca il racconto del lebbroso. Non solo la lebbra è una malattia che rinvia al potere di satana, ma è identificata addirittura con la morte. “Ella (Maria, sorella di Mosè e di Aronne, colpita dalla lebbra) non sia come il bambino nato morto, la cui carne è già mezzo consumata quando esce dal seno della madre” (Nm 12,12). Nel versetto precedente del libro dei Numeri è espressa la convinzione del legame malattia-peccato.
Il lebbroso è, dunque, come un morto sia da un punto di vista religioso che sociale. La guarigione è come una risurrezione, inizio di vita nuova.
L’episodio raccontato da Marco sta a manifestare la vera identità di Gesù, che suscita stupore fra la gente (la domanda insistente del vangelo di Marco è: “Chi è dunque costui?”), e spiega la sua missione, quella di offrire all’uomo, ad ogni uomo senza eccezione (perciò i vangeli presentano Gesù circondato dai “maledetti”: cf Gv 7,49) la possibilità di ritrovarsi, di riscoprire la propria dignità e di viverla, riallacciando i rapporti con Dio e con la società.
La guarigione del lebbroso diventa pertanto un fatto esemplare, paradigmatico, di ciò che Gesù intende fare per noi, qualunque sia la nostra condizione di partenza e qualunque sia l’esperienza di vita, che ci troviamo a fare.

Il racconto di Marco è essenziale. Il lebbroso che si accosta a Gesù è senza nome, né viene meglio precisata la sua malattia. Con lebbra si indicava una qualsiasi malattia della pelle, che isolava il malato e lo faceva ritenere un estraneo alla vita sociale e religiosa.
L’uomo supplica Gesù in ginocchio, nell’atteggiamento di chi riconosce la grandezza e la superiorità di chi gli sta di fronte, e gli manifesta assoluta fiducia. Basta che Gesù lo voglia, perché accada ciò che nessun altro uomo può realizzare!
C’erano stati dei precedenti nell’AT: Maria, sorella di Mosè e di Aronne, che abbiamo ricordato, viene guarita per l’intercessione di Mosè (cf Nm 12,13-15); Naaman il Siro viene guarito nel momento in cui obbedisce alle indicazioni del profeta Eliseo che lo invita a lavarsi sette volte nel fiume Giordano, perché si sappia che in Israele c’è un profeta (cf 2Re 5,8).
Gesù, in quanto profeta del tempo finale, agisce direttamente, senza intermediazioni, con la potenza che gli appartiene, semplicemente stendendo la mano sul lebbroso e pronunciando soltanto due parole:
- lo voglio. Dichiara così la precisa volontà di guarire.
- sii purificato: parola creatrice, che realizza ciò che dice, come Dio aveva fatto nella creazione. Il male porta disordine nell’armonia del creato; Gesù la ristabilisce con la potenza del suo amore.

In questa opera di nuova creazione Gesù è coinvolto con tutto se stesso; perciò il suo gesto e le sue parole sono accompagnate da un forte sconvolgimento interiore. La sua azione sembra scaturire dalle profondità del suo essere. L’atteggiamento più accreditato è la compassione: “Ne ebbe compassione”, il verbo della bontà e della tenerezza materna; il verbo dell’amore misericordioso, viscerale, di Dio verso il suo popolo, e del Cristo nei confronti dell’umanità debole, fragile, peccatrice, che egli vede come un gregge senza pastore (cf Mc 6,34).
Si trova anche un altro termine che dice fremito, eccitazione o anche ira: è l’indignazione di chi ingaggia una battaglia diretta contro il male.

Il gesto della imposizione delle mani e del toccare indica e contiene la potenza che guarisce e che ora viene comunicata al lebbroso (cf Mc 5,30).
L’uomo è subito purificato: ritrova salute e riacquista tutti i diritti civili e religiosi, insieme con i suoi doveri che dovranno subito esprimersi, andando dal sacerdote per la certificazione, a norma di legge, della guarigione avvenuta, senza la necessità di specificare la modalità con cui questa è stata conseguita. Gesù infatti ha rimandato il lebbroso, intimandogli severamente di non divulgare l’episodio.

L’uomo guarito non può però fare a meno di narrare la sua straordinaria esperienza. Faranno come lui Pietro e Giovanni dinanzi al sinedrio, dicendo: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20; cf anche 1Gv 1,1-4).
La gente, stupita e ammirata dall’insegnamento e dalle opere di Gesù, accorre in massa da ogni parte. Ma Gesù non si lascia imprigionare dall’entusiasmo della folla, perché deve continuare a compiere la sua missione secondo il disegno del Padre che lo ha mandato.
I discepoli di Gesù hanno il compito di continuare la missione stessa del loro Maestro e Signore, come è detto alla fine del vangelo di Marco: “Imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (16,18). Già nel primo invio in missione Gesù aveva affidato ai suoi il compito di “guarire gli infermi, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni” (cf Mt 10,8).
Appartiene alla chiesa e, perciò, ad ogni discepolo del Signore il “ministero della consolazione”, cioè di farsi vicino, mettersi accanto, difendere, sostenere, dare coraggio, condividere la fatica del cammino e la pesantezza del dolore.
Si diceva all’inizio del mistero del male, che rimane mistero. In un certo senso lo diventa ancora di più, pensando che Dio stesso lo condivide nella carne di Gesù. Nello stesso tempo la croce gloriosa del Signore diventa motivo e sorgente di speranza, di pazienza e di fedeltà, fino in fondo.
 

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