Il mondo non può essere a due velocità
Laura Malandrino
Il contesto di miseria e povertà nel quale vivono le popolazioni dei Paesi meno avanzati (Pma) richiede la promozione di «una nuova architettura dello sviluppo» fondata sullo «sviluppo umano sostenibile», che ha come pilastri quelli fissati da più di quarant’anni dall’insegnamento di Paolo VI nella Populorum Progressio e dai suoi successori, sino a Papa Benedetto XVI con la Caritas in Veritate: rispetto della dignità umana, protezione dei diritti umani, cura del creato, partecipazione comunitaria, sussidiarietà e solidarietà. Così mons. Silvano Tommasi, nunzio apostolico della Santa Sede all’Organizzazione delle Nazioni Unite a Ginevra intervenendo ai lavori della IV Conferenza Onu sui Paesi meno avanzati (PMA) tenuta ad Istanbul.
«Una ventata di speranza ed un afflato di coerenza ed eticità», il commento del Segretario generale della Focsiv, Sergio Marelli, «parole che aspettavamo e che condividiamo completamente. Ai Governi, ora, farle proprie e tradurle in atti e scelte di giustizia».
Agli Stati spetta il compito di garantire il rispetto e l’applicazione di questi valori, ad esempio facendo sempre di più per sostenere l’agricoltura, fermare il land grabbing e promuovere una riforma agraria efficace e giusta, dato che «2.5 miliardi di persone dipendono dall’agricoltura per il loro sostentamento quotidiano» e «l’80% delle terre in Africa Sub-sahariana sono occupate da poveri senza titoli di proprietà», ha ribadito il nunzio.
«Queste indicazioni rispecchiano il senso e lo spirito di quanto promuoviamo quotidianamente attraverso le varie iniziative e attività della più grande Federazione di organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana presente in Italia», ha spiegato Marelli sottolineando che «ogni intervento in agricoltura, sarebbe vano senza una riforma delle regole commerciali internazionali. La conclusione del Doha Round, l’eliminazione delle tariffe e dei dazi per i prodotti di provenienza dai Pma, la lotta alla volatilità dei prezzi, il potenziamento di Unctad, e l’aumento delle risorse destinate allo sviluppo devono accompagnare da subito gli sforzi intrapresi dai Paesi poveri verso uno sviluppo umano più degno e più giusto».
Il mondo non può essere a due velocità. «Il ritmo e il modello dello sviluppo che la comunità internazionale deve adottare non possono che essere quelli che prevedono una piena integrazione dei più poveri - dice Marelli - i quali, se lasciati emarginati e abbandonati al loro destino, non consentiranno anche a quelli ricchi di garantirsi un futuro stabile, prospero e sicuro».
Oggi, il 50% della spesa della popolazione dei Pma e dei Pvs viene assorbita dall’acquisto di cibo; la maggior parte delle famiglie di questi Paesi, fonda il suo reddito sulla produzione agricola; il 70% della popolazione soggetta ad insicurezza alimentare vive nelle aree rurali; nel continente africano solo il 7% delle superfici arabili sono irrigue e sfuggono al flagello della siccità, causa principale della scarsa produttività dei terreni; l’indice Fao dei prezzi delle derrate alimentari è cresciuto del 37% rispetto al marzo 2010.
Alla luce di questi dati elencati dai rappresentanti delle Organizzazioni onusiane specializzate in alimentazione ed agricoltura intervenuti nella terza giornata di lavori della Conferenza di Istanbul, a cui si aggiunge quello drammatico di 955 milioni di persone che ancora oggi secondo la Fao soffrono la fame, «la maggioranza di chi ha provato dal podio di Istanbul a tracciare gli orientamenti e le linee di soluzione per il ritardo dello sviluppo che affligge i Pma ha insistito circa la necessità di investire in agricoltura e favorire l’inclusione nel mercato internazionale dei prodotti di provenienza da questi Paesi» spiega Marelli.
«Peccato, però, che la distanza tra i discorsi ascoltati e la realtà delle cose è enorme e forse crescente - aggiunge il Segretario generale della FOCSIV -. A dimostrarlo il fatto che dal 1971, data della prima Conferenza Onu sui Pma, ad oggi, il numero di Paesi considerati Meno Avanzati è passato da 25 agli attuali 48, 34 dei quali in Africa. Ovvero, tranne i pochi Paesi dei Sud del mondo che possono contare sulle estrazioni di minerali preziosi e di petrolio i cui Pil crescono al ritmo di 10-12% annuo, la maggioranza dei Paesi poveri che rimangono realtà agricole e rurali restano confinati tra quelli oggetto della Conferenza di Istanbul e arrancano ai margini di un’economia globale improntata alle esportazione dei loro prodotti e controllata dalle grandi concentrazioni delle multinazionali alimentari».
Gli investimenti in agricoltura, inoltre, dice Marelli «sono passati dal 18% degli Aiuti concessi ai Paesi in Via di Sviluppo del 1980 al 3% del 2009, e queste pochissime risorse sono molto spesso destinate a sostenere politiche produttive che nulla giovano alle piccole aziende agricole a dimensione familiare che costituiscono la grande maggioranza della popolazione locale. Se si vuole recuperare i Pma e dare loro una speranza di un futuro non ai margini del mondo, le raccomandazioni pronunciate a Istanbul devono urgentemente e concretamente tradursi in scelte fattive e urgenti».










