Il sottile filo della responsabilità civica

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Antonio Mastantuono
Si deve e si può parlare di volontariato là dove c’è una tensione continua alla ricerca del bene per l’altro, dove l’altro non è più solo il singolo ma la comunità; si parla di volontariato dove c’è una attenzione e una libertà di pensiero che permettano di leggere i reali bisogni, di essere anticipatori di idee, servizi, interventi, di andare oltre gli interessi parziali o di singoli. Si può parlare di volontariato dove ci sono persone al passo con i tempi, che non temono il cambiamento, che si mettono in gioco per una scelta.
«Nell’era in cui le persone chiudono gli occhi per non guardare, il gesto rivoluzionario è guardarsi attorno»: il volontario è colui che sa leggere il presente e sa adattare se stesso per una scelta gratuita. In questa capacità di lettura s’inserisce, anche, la scelta formativa: pensare che sia necessario preparare le persone a svolgere l’attività volontaria, ritenendo la formazione un punto fermo e irrinunciabile del lavoro e della crescita di chi fa tale scelta è acquisizione contestuale alla nascita stessa del volontariato. Parlare di formazione vuol dire perciò tornare alle radici del volontariato e delle sue scelte, è l’occasione di rivederle, condividerle, crescere insieme.
Monsignor Nervo ci ricorda che «per saper assumere efficacemente i propri ruoli di anticipazione nella riposta ai bisogni emergenti, di integrazione e supplemento d’anima ai servizi esistenti, di stimolo delle istituzioni e delle politiche sociali, di promozione di una diffusa solidarietà di base, il volontariato ha bisogno di una seria e continua […] formazione: sia formazione di base sul significato, sulle motivazioni, sui ruoli dell’attuale società; sia formazione operativa per essere in grado di fare bene i servizi che va a compiere, formazione che va differenziata secondo i campi in cui deve operare; sia formazione permanente sul campo, riflettendo con l’aiuto di esperti sulle esperienze per valutarle e migliorarle; sia formazione sociopolitica per sapersi rapportare in modo coerente, libero ed efficace con la società e le sue istituzioni a tutela del bene pubblico, dei diritti dei più deboli, dell’ambiente» (G. Nervo, Ha un futuro il volontariato?, Edb, Bologna, 2007).
Non basta – come sappiamo – “saper fare” il volontario per essere dei bravi volontari, come non basta essere dei bravi volontari per far sì che l’organizzazione funzioni, che si riesca a lavorare bene, far lavorare tutti e raggiungere gli obiettivi. Si entra così nell’universo dei bisogni formativi, che hanno a che fare con le motivazioni, con il senso più ampio, con gli aspetti ideali del proprio agire volontario.
Si entra anche nel complesso universo che riguarda le dinamiche interattive di un gruppo di volontariato, la sua storia evolutiva, la sua capacità di interrogarsi, rinnovarsi, riprogettarsi, creare appartenenze e mantenere la libertà di confronto e di messa in discussione.

Caratteristiche e valori
La formazione che produce o promuove il mondo del volontariato deve, comunque, prima di tutto, rispondere a una serie di caratteristiche valoriali ed etiche. Deve in primo luogo favorire il pensare e l’agire etico. Promuovere lo sviluppo di una responsabilità sociale nelle persone significa che i singoli e le organizzazioni sono guidati a farsi carico di dove sta andando la società, il proprio quartiere, il proprio comune, la propria regione.
La formazione deve poi valorizzare le diversità. L’azione formativa deve riuscire a generare una cultura di pace, di costruzione, di cooperazione; ma anche essere luogo di esperienza di apertura, ascolto, dialogo, collegamento, rete. Ogni intervento di formazione deve valorizzare le differenze e dare occasione per confrontarle.
Altro punto: la formazione è intesa a sviluppare un pensiero e un’azione liberi. La libertà può essere considerata come la capacità, la forza, il coraggio di pensare in proprio senza omologarsi. Anche su questo il volontariato è sempre stato diverso, la libertà lo ha contraddistinto, la libertà creativa e generativa.
Ancora: la formazione dev’essere tesa a costruire cambiamento. Cambiamento personale e dei gruppi. Cambiamento nel contesto sociale, nelle prassi operative negative, nel modo di porsi delle persone ma anche delle organizzazioni verso culture dominanti non condivisibili. La formazione a costruire il cambiamento implica il coraggio e la fatica di individuare dei punti strategici del quadro sociale cha appaiono non soddisfacenti e di definire una loro alternativa.
La formazione deve tendere all’accompagnamento. Essa non può più essere un intervento sporadico, ma deve trovare i modi per seguire le persone nel loro percorso, nelle attività quotidiane;
Non da ultimo, deve avere tra le attenzioni principali la capacità di valutare l’azione, i metodi, i processi.

Il volontariato nella formazione
Il processo formativo – qui accennato – accompagna un’associazione di volontariato e la rende esperienza che aiuta a maturare anche a livello personale. Nell’attuale contesto di “crisi educativa”, sembra, perciò, a buon diritto, che un’esperienza di volontariato possa porsi come “luogo educativo” nell’ambito dei percorsi di crescita personale in particolare per i giovani e gli studenti.
Soprattutto in queste situazioni biografiche, il volontariato ha il senso di un’occasione di consolidamento della propria identità posta in relazione con persone che non appartengono alla cerchia familiare e amicale e  di messa alla prova in contesti che comportano un certo grado di impegno, di responsabilità, di confronto con situazioni nuove e talvolta impreviste. Particolarmente per dei giovani – abituati normalmente a interagire su un piano di parità con i coetanei, ma sostanzialmente estranei al mondo adulto – prendere parte all’attività di un’associazione di volontariato è un’occasione per confrontarsi con persone più mature, conoscendole, affiancandole e imparando a lavorare con loro.
La vita associativa, con i rituali, le complicanze e gli inevitabili conflitti che comporta, offre ai giovani preziose opportunità per allenarsi al confronto, alla formazione discorsiva delle decisioni, alla ricerca, talvolta faticosa, di accordi e intese soddisfacenti. Usando una categoria alta, ma forse non troppo enfatica, può essere vista come una palestra di democrazia, in cui gli ideali entusiasmanti devono fare i conti con i vincoli delle risorse disponibili, con le opinioni diverse e talora dissonanti dei partecipanti, con i tempi di maturazione di un soggetto collettivo e composito come un’associazione, ove occorre motivare e persuadere, a volte dilazionare il raggiungimento degli obiettivi, a volte accettare soluzioni non ottimali ma condivise, a volte anche contarsi e scontrarsi, secondo le regole della democrazia interna.
Oltre questa dimensione, legata alla vita associativa, la partecipazione ad associazioni di volontariato implica una scelta di servizio verso l’esterno, nella maggior parte dei casi rivolto a persone che manifestano bisogni, carenze, difficoltà di vario genere. Per molti giovani questa scelta si traduce in un’assunzione di responsabilità verso terzi, forse per la prima volta nella vita. L’ingresso nel volontariato conduce a scoprire ambienti e situazioni di debolezza sociale, a incontrare gli “altri” in carne ed ossa. Per i più giovani, può essere una via per superare il narcisismo adolescenziale, sviluppando capacità di ascolto e di condivisione verso le persone che si incontrano e a cui ci si accosta con l’intento di aiutarle. Forse molti fra loro dovranno imparare a gestire le proprie emozioni, a confrontarsi con la sofferenza, a comprendere quanto possono effettivamente dare, senza nutrire sensi di colpa o presunzioni di onnipotenza, a decidere quanto sia giusto lasciarsi coinvolgere e quale sia il sottile equilibrio da perseguire, tra empatia e distacco.
Anche quando i giovani si dedicano a forme di volontariato che non si rivolgono a categorie specifiche di beneficiari, ma alla comunità nel suo complesso (come nel caso del volontariato ambientale o di tutela del patrimonio artistico e culturale), si tratta sempre di esperienze di apertura e di esercizio di responsabilità verso altri, che rendono più solida e consapevole la formazione civile dei partecipanti, orientandola nel senso di una “cittadinanza attiva” nella società adulta.
L’impegno nel volontariato, benché possa essere percepito e a volte vissuto come un’alternativa alla politica e una conseguenza della disaffezione all’impegno politico, è in realtà, soprattutto per i giovani, una strada da percorrere per sviluppare reali forme di partecipazione attiva e per cominciare a sperimentare il sottile filo della responsabilità civica. Di qui, all’impegno politico, cioè all’impegno per la polis, il passo può essere breve.
 

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