La responsabilità dell’esserci

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di Fabio Zavattaro
Parole e immagini di un viaggio in una terra segnata da tante difficoltà, una terra sismica, l’ha definita Benedetto XVI, «non solo dal punto di vista geologico, ma anche da un punto di vista strutturale, comportamentale e sociale». Le parole sono quelle che il Papa pronuncia nell’Omelia durante la messa nell’area ex Sir e ai monaci dell’antica Certosa di Serra San Bruno. Le immagini sono innanzitutto il luogo della celebrazione, una grande distesa che, nel progetto iniziale, doveva essere volano di sviluppo e di occupazione per la città e che invece si è trasformata in una sorta di cattedrale nel deserto; l’altra immagine, il Monastero certosino sulla Serra, il silenzio come messaggio a un mondo troppo distratto per cogliere le parole vere.
Sembra lontano dalla realtà il Monastero, con i monaci intenti alla preghiera, lontani dal mondo, avvolti in un ambiente che sembra chiuso, disinteressato a ciò che accade al di fuori delle mura. Cosa dice Papa Benedetto? Parla del Monastero come luogo per «bonificare l’ambiente», perché «a volte, il clima che si respira nelle nostre società non è salubre, è inquinato da una mentalità che non è cristiana, e nemmeno umana, perché dominata dagli interessi economici, preoccupata soltanto delle cose terrene e carente di una dimensione spirituale». Così non solo «si emargina Dio, ma anche il prossimo, e non ci si impegna per il bene comune». Il Monastero, dunque, come modello di una società che pone al centro Dio e la relazione fraterna.
È alla luce di queste considerazioni che si può cogliere nella sua essenza più profonda il messaggio che lascia alla terra di Calabria, dove non mancano «difficoltà, problemi e preoccupazioni». Viaggio per condividere «gioie e speranze, fatiche e impegni, ideali e aspirazioni di questa comunità diocesana». E per ricordare che in questa terra «i problemi si presentano in forme acute e destabilizzanti; una terra dove la disoccupazione è preoccupante, dove una criminalità spesso efferata, ferisce il tessuto sociale, una terra in cui si ha la continua sensazione di essere in emergenza».
Ma i calabresi sapranno superare le difficoltà di oggi «per preparare un futuro migliore» perché hanno saputo rispondere all’emergenza «con una prontezza e una disponibilità sorprendenti, con una straordinaria capacità di adattamento al disagio». Per questo dice loro di non cedere mai «alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su voi stessi. Fate appello alle risorse della vostra fede e delle vostre capacità umane; sforzatevi di crescere nella capacità di collaborare, di prendersi cura dell’altro e di ogni bene pubblico, custodite l’abito nuziale dell’amore; perseverate nella testimonianza dei valori umani e cristiani così profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione».
Ed ecco un’altra immagine: l’abito nuziale. Si dirà: cosa c’entra con la riflessione sulla situazione di questa terra? Innanzitutto rimanda al banchetto cui siamo tutti invitati; e la festa voluta dal re, nella parabola raccontata da Marco, non è altro che il regno di Dio. Il poterci essere dipende da noi, dal nostro abito, cioè da quella coerenza tra la fede e le opere, tra ciò che diciamo, professiamo e ciò che realmente facciamo quotidianamente: non basta, in sostanza, aver detto sì una volta, aver accettato l’invito a partecipare alla festa, per rimanere nella parabola evangelica, ed essere entrati nella sala delle nozze. Quel sì deve essere abito costante, cammino segnato dall’attenzione all’altro, dall’amore, dalla solidarietà. Se trasferiamo queste considerazioni all’oggi, ecco che è necessario, lo dice il Papa, «un lavoro pastorale moderno e organico che impegni attorno al vescovo tutte le forze cristiane, sacerdoti, religiosi e laici, animati dal comune impegno di evangelizzazione» per far fronte «alla nuova realtà sociale e religiosa, diversa dal passato, forse più carica di difficoltà, ma anche più ricca di potenzialità». Di qui l’auspicio che dalle iniziative avviate, dallo studio della Dottrina sociale della chiesa «scaturisca una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto interessi di parte, ma il bene comune».
Ecco l’immagine del monaco, nel silenzio della Certosa; torna l’invito rivolto, in modo particolare, ai sacerdoti a coltivare «la vita interiore, un intenso rapporto con Dio e distaccandovi con decisione da una certa mentalità consumistica e mondana, che è una tentazione ricorrente nella realtà in cui viviamo». E torna l’attenzione ad una vita che sappia riscoprire il valore del silenzio in un tempo in cui il progresso tecnico «ha reso la vita dell’uomo più confortevole, ma anche più concitata, a volte convulsa. Le città sono quasi sempre rumorose: raramente in esse c’è silenzio, perché un rumore di fondo rimane sempre, in alcune zone anche di notte». Ricorda il Papa: «la virtualità rischia di dominare sulla realtà. Sempre più, anche senza accorgersene, le persone sono immerse in una dimensione virtuale, a causa di messaggi audiovisivi che accompagnano la loro vita da mattina a sera. I più giovani, che sono nati già in questa condizione, sembrano voler riempire di musica e di immagini ogni momento vuoto, quasi per paura di sentire, appunto, questo vuoto».
Il monaco nella sua condizione di eremita ci dice che il silenzio non è assenza di parole, vuoto negativo, ma tempo di ascolto: «il monaco parla con la vita più che con le parole – afferma padre Jacques Dupont, priore della Certosa di Serra San Bruno – il segno specifico di cui è portatore per l’umanità di oggi, potrebbe essere quello dell’attenzione alla debolezza dell’altro, di colui che non ha i mezzi umani per affrontare la vita da solo, e anche quello della comunicazione con il lontano, con il diverso. Il monaco impara e addita – ma innanzitutto ama – la semplicità della vita in un mondo troppo complicato».

 

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