Libia. Processate Gheddafi
Dopo quarant’anni di violenze e di negazione dei diritti umani e civili, un regime di tipo familiare, dinastico, mostra tutta la sua crudeltà e al tempo stesso tutta la sua debolezza. La Libia non è, anche per questo, né l’Egitto di Mubarak né la Tunisia di Ben Ali. Lo stesso esercito, così importante in altri Stati dell’area come elemento stabilizzatore, seppure autoritario, sembrerebbe essere qui una delle parti in causa piuttosto che un possibile elemento di appoggio alla transizione.
Questo il proscenio in cui si muovono gli eventi. C’è poi la cronaca, o la trama degli eventi.
Braccato dalla comunità internazionale, dopo l’approvazione unanime di una durissima risoluzione delle Nazioni Unite che ne prospetta anche il deferimento alla corte dell’Aja, il dittatore libico Muammar Gheddafi è finito in un vicolo cieco dal quale sarà virtualmente impossibile uscire. Oltre a rischiare il carcere per possibili crimini di guerra e contro l’umanità il clan di Gheddafi - che ha definito la risoluzione «nulla» e senza alcun valore - vede congelati i beni piazzati all’estero, che secondo alcune fonti potrebbero toccare i 500 miliardi di dollari, e non può neppure più viaggiare fuori dal paese. Dopo il presidente Usa Barack Obama venerdì, anche la Gran Bretagna ha annunciato il blocco dei beni dei Gheddafi, e numerosi altri paesi sono pronti a seguire, tra cui i 27 dell’Ue oggi, come richiesto dalle Nazioni Unite.
La risoluzione dell’Onu, la 1970, è stata approvata in tempi rapidissimi e contiene decisioni durissime nei confronti del regime libico, senza precedenti nella storia del Palazzo di Vetro. È la seconda volta che i Quindici decidono di coinvolgere la Corte Penale Internazionale (Cpi) dell’Aja. Era già successo nel 2005 nei confronti del leader sudanese Omar al-Bashir, per il quale è stato poi emesso un mandato di cattura, ma il voto non era stato unanime: gli Usa del presidente George W. Bush e la Cina si erano astenuti, non riconoscendo il ruolo della Corte dell’Aja.
Questa volta la comunità internazionale ha voluto fare in fretta e dare un chiarissimo segnale sia a Gheddafi sia agli altri dittatori che in futuro colpiranno le popolazioni civili per rimanere disperatamente al potere. La risoluzione è stata approvata sotto l’ombrello del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, che autorizza come ha ricordato l’ambasciatore francese Gerard Araud «un intervento della comunità internazionale se un governo non è più in grado di proteggere i suoi cittadini». Il Capitolo VII della Carta apre teoricamente la porta all’eventualità di un intervento armato, ma non siamo ancora a questo punto, dato che la risoluzione fa esplicitamente riferimento all’ articolo 41, quello che parla di «misure che non coinvolgono l’uso di forze armate». Hanno chiesto il riferimento Russia e Cina per evitare il ripetersi automatico o quasi di una guerra come in Afghanistan o in Iraq, spiegano fonti diplomatiche. È l’articolo successivo, il 42 (non citato nella risoluzione), ad autorizzare l’uso della forza se le misure previste nell’articolo precedente non danno i risultati auspicati, prospettando interventi «via aria, mare o forze terrestri per mantenere o restaurare la pace e la sicurezza internazionale». Quindi teoricamente anche l’istituzione di una `no-fly zone´ sotto l’ombrello Onu, una zona di non volo per proteggere le istallazioni petrolifere e le popolazioni civili dai Mig di Gheddafi, avrebbe bisogno di una nuova risoluzione. Ma non tutti i giuristi sono d’accordo su questo punto.
Dopo il voto unanime dei Quindici, nella notte tra sabato e domenica, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon - che domani vedrà Obama alla Casa Bianca - ha definito le misure decise «dure», prima di aggiungere: «nei prossimi giorni se ce ne sarà bisogno, un’azione ancora più dura potrebbe diventare necessaria». La condanna di Gheddafi, che deve lasciare il potere senza spargere nuovo sangue, è stata ribadita oggi dal cancelliere tedesco Angela Merkel, dal segretario al Foreign Office William Hague, e lo ha detto senza ambiguità anche il ministro degli esteri italiano Franco Frattini. Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, partendo per Ginevra dove parteciperà domani per la prima volta al consiglio Onu sui diritti umani, ha fatto infine un timido riferimento all’opposizione in Libia, spiegando che Washington ha già avuto i primi contatti e rimane pronta a fornire assistenza, se verrà richiesta.










