Perché tu sei con me
di Nicolò Tempesta
«Qui nel sepolcro, morto giace Cristo per risorgere da questo glorioso. Se gloria vuoi dà vizi, sorgi o tristo». Non so perché, ma quando ho letto quest’iscrizione sotto un’edicola di montagna che ritraeva un’immagine del Cristo morto, ho subito pensato al tempo della Quaresima che è dinanzi a noi. La Quaresima puntuale sul calendario ci ricorda il movimento di sistole e diastole del nostro cuore: per mettere in circolo l’amore di Dio: abbiamo bisogno di ritornare a Lui, di arrenderci al suo amore! Fare Quaresima è fare innanzitutto l’esperienza della morte e risurrezione di Gesù, l’incontro con lui ci sniderà dalla paura e ci riaprirà alla speranza di un futuro migliore e la nostra vita ritornerà a essere libera dalle banalità. Ha proprio ragione l’iscrizione dell’edicola di montagna: siamo uomini e donne tristi, non abbiamo più il coraggio della risurrezione nella nostra vita di ogni giorno.
Fare quaresima significa innanzitutto imparare a morire per poter risorgere, e ognuno di noi sa dove deve morire, a che cosa dovrà dire di no per poter fare l’esperienza della risurrezione. Quaranta giorni di allenamento spirituale intensivo in questa sorta di “palestra del cuore” per imparare a vivere da cristiani.
Puntuale come un orologio oggi comincia la Quaresima e proprio il rito austero dell’imposizione delle ceneri ci ricorda che è un altro appuntamento per fare l’esperienza dell’amore di Dio che non è mai stanco di voltare pagina e ricominciare da capo con ciascuno di noi. Dio non è mai stanco di rinnovare la sua fiducia. La bella notizia della Quaresima? Dio stesso è presente nelle nostre situazioni di morte e ci insegna a risorgere: «Se dovessi camminare in una valle oscura non temerei alcun male perché tu sei con me» (Sal 22,4). Nelle valli oscure della nostra vita Lui è con noi. Ma il punto è un altro: noi siamo con Lui? Ogni situazione di precarietà, di limite, di fragilità, di morte e di peccato nella nostra vita è sempre un richiamo a volgerci all’essenziale: cercare la comunione con Dio, affrettare il nostro tempo di conversione. Difficile continuare a essere latitanti quando si è ricercati da Dio. Ecco perché la Quaresima non è anzitutto il tempo della nostra conversione a Dio, ma il tempo della Sua conversione verso di noi. Il convertito per eccellenza è Dio che decide di non distogliere mai più lo sguardo da noi. Ai suoi occhi valiamo molto.
La parola conversione è la password per entrare in questo tempo! A che cosa serve denunciare le cose che non vanno, puntare il dito contro quello o quell’altro se poi noi con la nostra vita non annunciamo qualcosa di nuovo e di radicalmente diverso?
L’imposizione delle Ceneri: non si tratta solo di un rito, ma di qualcosa di molto profondo, che viene a toccare il cuore e invita ancora una volta a ritornare a Dio. Ricavate dai rami dell’ulivo benedetti nella Domenica delle Palme dell’anno precedente, le ceneri sono prima di tutto il segno della nostra povertà radicale. Che cosa siamo? Siamo polvere, ci viene detto con parole audaci, mentre un pizzico di cenere scivola a forma di croce sul nostro capo. Cioè, siamo fatti di terra. Creature fragili e mortali, peccatori. E perciò l’austero rito viene accompagnato dalle parole del Miserere: «Perdonaci, Signore, abbiamo peccato». Per questo le ceneri sono soprattutto il segno del nostro desiderio di conversione.
La Quaresima è la metafora della vita che attraverso la polvere delle ceneri ci ricorda che per incontrare il Maestro ciascun cristiano dovrebbe avere il coraggio dell’indispensabile, imparare a spogliare la realtà forse troppo artificiosa e ovattata di tutto fuorché della sua essenza più profonda: l’amore. Ecco perché il tempo quaresimale è introdotto dalla cenere e dall’esperienza del deserto.
Il deserto è infatti un luogo, una dimensione che costringe l’uomo a “fare sintesi”, ad andare al cuore delle cose, ad eliminare il superfluo dalla propria esistenza, fosse anche per il tempo che si dedica a una giornata di cammino. Inoltre il nesso tra deserto e Parola di Dio è strettissimo; basti pensare che in ebraico la parola “deserto” (“midia”) contiene lo stesso termine “parola” (“davar”). L’itinerario quaresimale che iniziamo sia per noi l’esperienza del deserto, dell’essenziale, di ciò che conta per saper ritrovare il legame con la Parola di Dio. Dovremmo parlare di meno e ascoltare di più, è questo il monito del cammino quaresimale riassunto nell’imperativo della conversione.
Ricorderemo senz’altro il profeta Giona: chiamato da Dio per la conversione di Ninive, sarà lui il vero convertito che si arrende alla voce di Dio. Giona apprende su di sé quel che don Abbondio imparerà dal cardinale: che «sottrarsi alla propria missione non procura salvezza, mentre l’assumerla è il solo azzardo che vale la pena correre». In Quaresima Dio non si sottrae alla sua missione d’amore per ciascuno di noi. Dio scommette ancora una volta sulla nostra vita: è il solo azzardo che vale la pena correre in questo tempo di Quaresima.










