Rifugiato. Diritti per chi è perseguitato

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Nel 2010 quasi 44 milioni di persone, tra rifugiati, richiedenti asilo e sfollati, hanno vissuto lontano dalla propria casa. Sono i dati del rapporto Global Trends 2010 dell’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, diffusi in occasione della Giornata mondiale del rifugiato. Il dossier non copre tuttavia le centinaia di migliaia di persone fuggite dalla guerra in Libia e dalle altre emergenze scoppiate dall’inizio dell’anno. Gran parte dei rifugiati, circa tre milioni, arrivano dall’Afghanistan e vivono in 49 Paesi, ma si concentrano soprattutto in Pakistan e Iran. Dei 43,7 milioni di persone sfollate, 15,4 milioni vivono sotto la protezione dell’Unhcr. Altri 27,5 milioni sono fuggiti all’interno del proprio Paese e circa 850.000 sono alla ricerca di asilo. Sono invece 15.500 i bambini separati dalle proprie famiglie: la maggior parte provengono da Afghanistan e Somalia. Degli oltre 15 milioni di rifugiati sotto la protezione dell’agenzia dell’Onu, meno di 200.000 hanno potuto rimpatriare, mentre hanno fatto ritorno a casa quasi tre milioni dei 27 milioni di persone rimaste nel proprio Paese. Infine, secondo l’Unhcr, 12 milioni sarebbero le persone senza nazionalità.
«Nel mondo di oggi ci sono preoccupanti percezioni errate sui movimenti dei rifugiati. I timori circa le invasioni nei Paesi industrializzati sono esagerate e confuse con i problemi della migrazione», ha affermato l’Alto commissario dell’Unhcr, António Guterres. «Intanto — ha aggiunto — sono i Paesi più poveri a dover sopportare il carico maggiore».
Quest’anno la Giornata mondiale del rifugiato è dedicata al 60° anniversario della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951 relativa allo Status dei Rifugiati. Si tratta del primo accordo internazionale che impegna gli stati firmatari a concedere protezione a chi fugge dalle persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per opinione politica.
Alcuni mesi prima dell’approvazione della Convenzione, il 1° gennaio 1951, aveva cominciato ad operare l’appena costituito Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e da allora, in tutte le sue operazioni, l’Unhcr ha aiutato milioni di persone assistendole nel ritorno a casa o attraverso il reinsediamento in nuovi paesi, rappresentando quotidianamente per milioni una prioritaria fonte di assistenza.
Quelli dei rifugiati sono i numeri di un’emergenza mondiale ormai costante e di un lavoro non sempre facile, complicato talvolta dal mancato rispetto delle leggi internazionali (come nel caso italiano) e da gravi crisi mondiali che si susseguono e si accavallano. Solo facendo riferimento a quanto riferito dalla portavoce dell’Unhcr Laura Boldrini “negli ultimi mesi sono attive almeno 5 crisi che interessano rifugiati”, non tutte rilanciate dai grandi media. “Si va dalla Costa d’Avorio dove a due mesi dalla fine della crisi post-elettorale, solo nel corso delle ultime tre settimane l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha registrato 322.277 sfollati all’interno del paese”, al Kirghizistan che ad un anno dai drammatici quanto poco conosciuti scontri nel sud del Paese “conta ancora decine di migliaia gli sfollati”. Sorte ancora più incerta hanno i civili sfollati nell’area intorno alla città del Sudan di Abyei. “Qui - ha precisato la Boldrini - gli sfollati sono più di 100.000, dei quali solo 67.000 sono stati finora registrati”.
Ma non è finita. Si è da poco conclusa l’ultima fase dell’operazione di ritorno di sfollati a seguito dei combattimenti nelle aree tribali del Pakistan. “Negli ultimi due mesi 38.000 persone sono state assistite per lasciare il campo di Jalozai, il più esteso dei quattro campi per sfollati presenti nell’area”, mentre sono tutt’altro che conclusi gli spostamenti forzati di popolazione in fuga dal nord Africa, sia per gli esiti ancora incerti delle rivoluzioni democratiche, sia per l’ennesima “guerra umanitaria” che la Nato ha aggiunto alla guerra civile in Libia.
“Eppure nonostante l’emergenza nord africana e la guerra in Libia sono ancora pochi i migranti che arrivano a bussare alle porte della Fortezza Europa” ha ricordato l’Associazione Centro Astalli dal 1981 impegnata per mano dei Gesuiti a difendere i diritti dei rifugiati. È vero che il numero dei rifugiati dipende soprattutto da quanto durerà la guerra e pertanto è difficile fare previsioni sulla sua entità, “ma delle ben 686mila persone che sono finora scappate dalla Libia - ha aggiunto la Boldrini - la maggioranza non ha certo attraversato il Mediterraneo, ma si è riversata nei paesi confinanti, i più esposti e sotto pressione. In particolare, 327mila sono giunti in Tunisia, 256mila in Egitto, 60mila in Niger, 20mila in Ciad, 14mila in Algeria. A prendere le carrette del mare verso l’Italia sono state finora 8.124 persone, un numero quindi ridotto, specialmente se paragonato a quello dei paesi sopra menzionati”.
Anche per questo fino ad ora nel numero di rifugiati l’Italia fa eccezione e nel 2010 ha registrato un trend negativo con appena 8.200 richiedenti asilo rispetto alle 17.600 domande dell’anno precedente, classificando l’Italia al quattordicesimo posto (con un esiguo 2%) tra le destinazioni d’asilo dei primi 44 paesi industrializzati. “Tale calo va attribuito anche alle politiche restrittive attuate nel Canale di Sicilia da Italia e Libia, fra le quali i respingimenti in alto mare”, si legge in una nota dell’Unhcr e ai decessi in mare dei migranti che la “Fortezza Europa” non riescono neanche a raggiungerla.
Durante la visita pastorale a San Marino, il Papa ha affermato che occorre “garantire accoglienza e degne condizioni di vita ai rifugiati, in attesa che possano ritornare in Patria liberamente e in sicurezza”. Anche i vescovi italiani e il presidente della Repubblica sono intervenuti per dire che non possiamo rimanere indifferenti a una tragedia che colpisce molti nostri fratelli, cittadini del mondo. Non possiamo abituarci a una sofferenza, a una morte che colpisce molti innocenti. Non possiamo non tutelare coloro che fuggono da guerre, persecuzioni, dopo anche anni di carcerazione e deportazione.
“La loro storia è la nostra storia”. L’Italia non può pensare il proprio futuro, senza costruire prospettive di tutela e protezione internazionale di molte persone in fuga, senza una rete strutturata e organica di accoglienza, senza una specifica legge sull’asilo e la protezione internazionale. L’Europa non può abbandonare i Paesi del proprio confine a una gestione improvvisata, provvisoria di un flusso di rifugiati e richiedenti asilo, destinato a crescere.
 

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