Scola. Fermezza e Dialogo

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di Fabio Zavattaro

C’è una frase che il cardinale Angelo Scola, nominato dal Papa arcivescovo di Milano, ama ricordare: «Bisogna guidare la chiesa come il gondoliere guida la gondola. Il gondoliere si lascia muovere dal movimento della gondola: è questa che regola il movimento. Se si pretende di dettare il movimento non si riesce a guidare la gondola».
Le parole sono dell’allora Patriarca di Venezia Albino Luciani, diventato poi Papa Giovanni Paolo I. Descrivono bene lo stile di presenza pastorale che, in questi quasi dieci anni alla guida della chiesa di San Marco, il Patriarca Scola ha voluto proporre: una fermezza nel dialogo. Dialogo che si è sviluppato in modo particolare con un’attenzione alla vita delle comunità cristiane nei paesi a maggioranza musulmana. Nasce così il polo accademico Studium Generale Marcianum e successivamente la rivista Oasis. E nascono le domande che mette al centro degli incontri che si svolgono a due passi dalla Basilica di Santa Maria della Salute; domande quali: cosa significa educare oggi in una società plurale? Si può proporre una verità senza essere intolleranti? Interrogativi che mettono in evidenza il contributo che cristiani e musulmani possono offrire per l’edificazione di una laicità positiva.
Proprio pochi giorni prima che il Papa lo nominasse alla chiesa di Sant’Ambrogio, all’isola di San Servolo ha riunito relatori di livello internazionale per riflettere su quanto sta accadendo in Medio Oriente e nel Nord Africa, ponendo l’accento sul futuro delle minoranze cristiane in paesi dove la protesta popolare sta ponendo le basi per una nuova soggettività e una nuova realtà politica.
È il cardinale che riflette sul tema del “meticciato di civiltà” inteso non tanto come categoria prescrittiva, ma, come disse in una intervista, come “processo storico in atto”. Il meticciato ci aiuta a capire le dimensioni del processo in atto, significa «riconoscere l’importanza del posto del terzo, del figlio»; significa ancora «riconoscere il peso dell’altro come decisivo per la costruzione del tu» e «occorre esporsi e testimoniare come si vive il grande valore pratico dell’essere insieme». In sostanza, spiega il cardinale Scola, parlare di meticciato di civiltà vuol dire entrare in un processo nuovo, in una nuova laicità che chiede di abbandonare la concezione rigida, essenzialistica e aprioristica dell’identità per lasciare il posto alla concezione dell’identità come fattore dinamico. Un processo, dunque, che non dipende dalla nostra volontà ma si gioca nella società e il compito della politica è di regolarlo. Politica che mette sotto accusa parlando della “sua” Venezia, città che vive uno «splendore addolorato»; che ha bisogno veramente «che tutte le istituzioni, a partire da quella centrale di governo, se ne interessino in maniera costruttiva e fattiva: c’è solo il problema di mettere in rete la solidarietà». Politica che deve avere sempre al centro la persona umana e il bene comune.
Non sapeva ancora di dover approdare a Milano, ma intanto rifletteva sull’Expo del 2015, cercando di evidenziare questioni e problemi. Così parlando di come nutrire il pianeta, uno dei temi cardine dell’Expo, disse: «La questione di come nutrire il pianeta è divenuta questione non solo per capire come abitare il mondo di domani, ma per capire se domani ci sarà ancora un mondo abitabile».
Lascia Venezia, il cardinale Scola, per obbedienza, «appiglio sicuro per la serena certezza di questo passo a cui sono chiamato». Va in una chiesa – quella di Milano, «in cui sono stato svezzato contemporaneamente alla vita e alla fede» – «che lo spirito ha riempito di preziosi e variegati tesori di vita cristiana dall’origine fino ai nostri giorni». Sono le parole con le quali annuncia il suo trasferimento alla cattedra di Sant’Ambrogio, dopo aver sottolineato che non è facile lasciare Venezia, storicamente porta verso l’Oriente. Ma l’impegno al dialogo lo ha evidenziato subito, ed è messaggio ad una chiesa che nel dialogo è cresciuta e si è sviluppata. Così dice il suo impegno a svolgere il servizio di pastore «favorendo la pluriformità nell’unità. Sono consapevole dell’importanza della Chiesa Ambrosiana per gli sviluppi dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso».
Una chiesa che in questi anni, ricorda l’arcivescovo Dionigi Tettamanzi, «si è impegnata ad annunciare Cristo risorto con percorsi pastorali e spirituali di rinnovamento, nel desiderio di assumere un volto più missionario: a livello liturgico, nei cammini di riorganizzazione territoriale, di apertura “ad gentes”, di difesa dei deboli, di accoglienza degli immigrati. Una chiesa che non teme di affrontare le difficoltà e le sfide del nostro tempo».

 

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