Una vita per la pace
«Shahbaz Bhatti è un uomo che ha seguito il piano di Dio sulla sua vita. È un uomo che ha fatto la volontà di Dio, con fede, obbedienza, speranza, certezza del Regno»: è un passaggio dell’omelia pronunciata dal vescovo di Islamabad-Rawalpindi, Rufin Anthony, nella chiesa di Nostra Signora di Fatima, per la celebrazione delle pubbliche esequie del ministro pakistano delle Minoranze, Shahbaz Bhatti, ucciso mercoledì 2 marzo da estremisti musulmani perché voleva modificare la legge sulla blasfemia che di fatto impedisce ai non musulmani di professare il proprio credo liberamente.
Nel tratteggiare la figura del ministro, monsignor Anthony ha ricordato la sua nascita a Khushpur, un villaggio cattolico fondato dai domenicani, in cui «Bhatti aveva ricevuto una formazione spirituale molto solida». Nel villaggio, ha spiegato il presule, la convivenza con i musulmani «è in perfetta armonia, all’insegna del dialogo di vita, e quell’esempio Bhatti lo ha portato con sé come modello in tutta la sua esperienza di impegno sociale e politico». Nel suo servizio, ha concluso il vescovo, «Bhatti ha compiuto la volontà di Dio e ha aderito al progetto di vita che il Signore aveva per lui».
Il vice presidente della Conferenza episcopale in Pakistan, il vescovo di Faisalabad, Joseph Coutts, che ha celebrato il funerale privato del ministro, svoltosi successivamente nel suo villaggio natale, nel ricordare la figura di Shahbaz Bhatti, «un uomo molto buono, fortemente cattolico, che credeva veramente nella possibilità di aiutare chiunque, anche attraverso il dialogo interreligioso» ha evidenziato che «la voce della verità non sarà mai ridotta al silenzio e non permetteremo che l’oscurità prenda il sopravvento sulla luce. Il suo lavoro non si fermerà con la sua morte, lo continueremo noi».
Shahbaz Bhatti, consapevole dell’impegnativa e rischiosa strada intrapresa, aveva condensato lo scopo della sua missione in una sorta di «testamento spirituale» — estratto da una raccolta di testi personali contenuti nel libro «Cristiani in Pakistan. Nelle prove la speranza» edito da Marcianum Press — pubblicato nel sito della Fondazione Internazionale Oasis:
«Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: “No, io voglio servire Gesù da uomo comune”. Questa devozione mi rende felice. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio sforzo e in questa mia battaglia per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese.
Molte volte gli estremisti hanno cercato di uccidermi e di imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Gli estremisti, qualche anno fa, hanno persino chiesto ai miei genitori, a mia madre e mio padre, di dissuadermi dal continuare la mia missione in aiuto dei cristiani e dei bisognosi, altrimenti mi avrebbero perso. Ma mio padre mi ha sempre incoraggiato. Io dico che, finché avrò vita, fino all’ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.
Voglio dirvi che trovo molta ispirazione nella Sacra Bibbia e nella vita di Gesù Cristo. Più leggo il Nuovo e il Vecchio Testamento, i versetti della Bibbia e la parola del Signore e più si rinsaldano la mia forza e la mia determinazione. Quando rifletto sul fatto che Gesù Cristo ha sacrificato tutto, che Dio ha mandato il Suo stesso Figlio per la nostra redenzione e la nostra salvezza, mi chiedo come possa io seguire il cammino del Calvario. Nostro Signore ha detto: “Vieni con me, prendi la tua croce e seguimi”. I passi che più amo della Bibbia recitano: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Così, quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro.
Per cui cerco sempre d’essere d’aiuto, insieme ai miei colleghi, di portare assistenza ai bisognosi, agli affamati, agli assetati».
L’uccisione di Shahbaz Bhatti ha scosso profondamente la coscienza della nazione pakistana e fatto riemergere in maniera inquietante la capacità dei gruppi fondamentalisti islamici di agire impunemente. Intervenendo al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, venerdì 4 marzo, il presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, si è detto «profondamente scioccato e sgomento» per l’assassinio del ministro e ha sottolineato che «gruppi vulnerabili, quali sono le comunità cristiane in alcuni Paesi, richiedono una speciale protezione», aggiungendo che «la libertà religiosa diviene un faro di speranza e potente rassicurazione per tutte le minoranze, garantendone identità e sicurezza ed eliminando la percezione delle ostilità e delle minacce».
L’omicidio ha suscitato sdegno anche nella comunità musulmana. Il leader della moschea Badshahi, a Lahore, si è detto «scioccato» per la morte del ministro che ha definito «un amico», e ha puntualizzato che «coloro che hanno rivendicato l’assassinio non sono musulmani né esseri umani, perché l’islam è una religione di pace che insegna a rispettare le minoranze».
Una messa di suffragio per ricordare il ministro Bhatti sarà celebrata anche a Roma, domenica 6 marzo. La celebrazione, organizzata dall’Associazione pakistani cristiani in Italia, si terrà c/o il Pontificio Collegio S.Pietro Apostolo (viale delle Mura Aurelie 4) alle ore 16.30.










