VITE DI SCARTO
Piergiorgio Grassi
Le vicende della crisi che sta mettendo a dura prova le economie di tutto l’Occidente e mette a repentaglio lo sviluppo del «sistema Italia», ha fatto passare rapidamente sullo sfondo una questione che stava riemergendo con forza sui media. Una questione che già in passato è stata oggetto di intenso dibattito, ma che non è mai giunta a soluzioni soddisfacenti. Per le contraddizioni da sciogliere, per la forte volontà politica da attivare, per le resistenze soprattutto culturali, e non solo, da superare. Si tratta di quella malattia cronica del «pianeta carceri» per la quale il presidente della Repubblica Napolitano non ha esitato a dichiarare che è «di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile», in risposta alle richieste delle duemila persone che hanno indetto uno sciopero della fame e della sete a metà agosto scorso, non solo per impulso dei Radicali di Pannella, che hanno fatto del problema un cavallo di battaglia in grado di dare visibilità alle loro battaglie per i diritti civili, ma anche di politici di ogni schieramento, di dirigenti di penitenziari, di agenti carcerari e con loro di psicologi, di medici, di volontari e di cappellani, che da anni denunciano, inascoltati, il deteriorarsi progressivo del sistema. Questa manifestazione era stata preceduta un mese prima da un sit in dei direttori delle carceri «perché il sistema arranca in uno stato di sostanziale illegalità e rischia di esplodere: a giugno sono finiti i fondi della legge Smuraglia, quella che prevede sgravi fiscali per le cooperative che danno lavoro ai detenuti. Non si assume più, non ci sono più soldi. Il taglio colpisce il lavoro, un fattore del reinserimento sociale dietro il devastante e stupidamente disumano ozio carcerario». È il commento di Giovanni Anzani su Avvenire del 6 luglio scorso.
Nel 2009 è venuta la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani perché spesso la superficie a disposizione del detenuto è nettamente inferiore agli standard stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura, che fissa in almeno 7 metri quadri lo spazio minimo sostenibile per ciascuno in una cella, mentre la Corte di giustizia europea, sanzionando il nostro governo perché punisce con il carcere gli immigrati irregolari, ha dato un duro colpo alla tesi secondo cui può esistere un reato di clandestinità. Ma la questione carceri ha molte facce oltre a quella del sovraffollamento, dell’inquietante sequenza di suicidi (trentotto solo quest’anno) o della carenza di personale in tutti i maggiori stabilimenti di pena. D’altra parte le cifre parlano chiaro. Di fronte ai quarantacinquemila posti disponibili (talvolta in edifici fatiscenti e destinati un tempo ad altri usi), i reclusi sono circa settantamila. La capienza - si dice - è ampiamente superata; ma «capienza» è un termine che si usa normalmente per le discariche; significa forse che il carcere è diventato il luogo dove i rifiuti umani «vengono chiusi, dimenticati, distrutti moralmente o fisicamente»?
Sono vite di scarto, per dirla con Zygmunt Bauman, che ha dedicato un libro con questo titolo (Laterza, Roma-Bari 2008) alla questione dei rifiuti umani come effetto non facilmente eludibile della costruzione di un ordine sociale, del progresso economico sregolato e della globalizzazione, che è «la terza e attualmente la più prolifica e meno controllata linea di produzione di rifiuti umani o di esseri umani di scarto. Milioni di uomini e donne infatti che, per la diffusione delle forme di vita moderna sono stati privati, nei loro Paesi di origine, dei tradizionali mezzi e di modi di sopravvivenza, premono tumultuosamente alle porte dei Paesi più ricchi e danno una nuova centralità ai tradizionali problemi degli immigrati e di quelli che chiedono asilo, accentuando il ruolo che certi “vaghi e diffusi timori per la sicurezza” svolgono nelle strategie globali emergenti e nella logica delle lotte di potere». I settantamila reclusi nelle carceri italiane appartengono per oltre il 60 per cento agli strati deboli della società: immigrati, tossicodipendenti, homeless, sofferenti psichici, come documentano ricerche che, stranamente, non trovano eco adeguata nel cuore e nella coscienza di molti cittadini democratici e tra questi anche di molti dichiaratamente cristiani. Eppure non mancano indagini che provano come un «sistema chiuso» produca il 70 per cento di recidivi, con un costo di tre miliardi di euro l’anno. Se il sistema non si rinnova, allora la porta delle carceri diventa «una porta girevole»: si entra e si torna nel mondo «dei civili», ma «presto o tardi in galera si rientra» (si veda L. Castellano, D. Stasio, Diritti e castighi. Storie di umanità cancellata in carcere, Il Saggiatore, Milano 2009).
È stato scritto autorevolmente che a frustrare i tentativi di cambiamento, talvolta in maniera inconsapevole, gioca una visione radicata nelle coscienze, secondo cui il diritto penale deve continuare a proporre un modello sanzionatorio con logica retributiva, data per ovvia. Al male espresso dal reato «deve seguire l’applicazione, verso chi ne sia responsabile, di una reazione corrispondente la quale rappresenti per simile soggetto qualcosa in sé negativo», come nota Luciano Eusebi, un giurista che da tempo si batte con tenacia perché sia superata l’idea della giustizia simboleggiata dalla bilancia, secondo cui «chissà per quale ragione razionalmente sostenibile», può aversi un qualche vantaggio «dal mero meccanismo dell’aggiunta del male ad un altro male» (cfr. L. Eusebi, Diritto penale, in Dizionario della dottrina sociale della Chiesa, Vita e Pensiero, Milano 2004, p. 252). Una posizione (quella della giustizia come bilancia) che ostacola una riflessione sistematica e una progettazione di interventi innovativi: che induce ad avanzare periodicamente l’ipotesi di introdurre modi di punizione tradizionali «per soddisfare sul piano simbolico l’esigenza sociale di risposta ai reati, soprattutto quando la questione criminale diventa un elemento per la gestione mass-mediologica del consenso politico». L’abbinamento stretto tra pena e ricorso al carcere non sempre corrisponde a reali esigenze preventive, ad esempio nel caso di reati che sono compiuti per lucro e che richiederebbero un severo e costante contrasto delle attività economico-finanziarie gestite dalla criminalità organizzata.
L’urgenza dell’introduzione di tipi di sanzioni anche non detentive, specie riguardo alle pene, consistenti in prestazioni piuttosto che nella privazione di diritti, in itinerari seriamente riabilitativi, in sanzioni pecuniarie utilizzabili soprattutto per il contrasto degli illeciti economici, è percepita come scarsamente praticabile. Eppure la nostra Costituzione parla chiaro: l’articolo 27, laddove afferma che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato», rimanda ad un’idea di giustizia che ricomponga relazioni, «che preveda strategie di tutela alternative», senza misconoscere l’esigenza, che rimane centrale, di considerare il reato in tutta la sua gravità, di riaffermare il vigore del diritto violato, «di contrastare nei suoi effetti l’atto di volontà orientato in senso antigiuridico». Si tratta di dare credito a sviluppi non retribuzionistici, che appartengono alla migliore tradizione giuridica italiana ed europea, che trova affinità con una interpretazione della Bibbia consapevole della necessità di fare i conti con pre-giudizi antichi. Basti pensare, a questo proposito, agli interventi del cardinal Martini, che ha sottolineato come, a partire dai grandi testi della Bibbia ebraica, nella colpa si consideri già insita la pena per il fallimento e la sofferenza che accompagnano il colpevole; come la pena stessa esiga una più grande responsabilità nel riguadagnarsi una vita nuova; come essa tuttavia non cancelli la dignità dell’uomo e non lo privi dei suoi diritti fondamentali, e come Dio infine «non fissi il colpevole nella colpa identificandolo in essa, gli trasmetta anzi la speranza in un futuro migliore, mirando alla riabilitazione completa, chiedendogli di non ripetere l’errore e di risarcire il male compiuto con gesti positivi di giustizia e di bontà». Sono indicazioni tese a «non trasformare in vendetta il desiderio di giustizia» (in AA.VV., Colpa o pena. Per una nuova cultura della giustizia, Bergamo 2000, p. 29). Giovanni Paolo II, in occasione del Giubileo delle carceri (9 luglio 2000), poneva l’esigenza di un ripensamento dei sistemi penali «per offrire a chi delinque la via di un riscatto e di un nuovo inserimento positivo nella società», addensando dubbi sul mantenimento della centralità della detenzione come forma punitiva esemplare ed unica, proponendo di ricorrere al carcere in termini di sussidiarietà, come ultima opzione, in vista della promozione di pene alternative.
La questione carceraria provoca dunque fortemente la coscienza dei credenti (vale anche per l’oggi la parola di Gesù: «Ero in carcere e siete venuti a visitarmi», Mt, 25-26), se si considera il carcere un luogo di relazioni in cui si manifestano le contraddizioni e le sofferenze di una società in difficoltà, per la quale è richiesto a tutti uno sforzo di partecipazione e di progettazione, partendo dalla persuasione che la pena sia un percorso che deve tendere alla composizione della lacerazione prodotta dal reato, alla riconciliazione con la società (e non alla separazione da essa), «che opponga al male del reato non il male del carcere, ma il bene di un percorso riabilitativo». Non lo dovremmo dimenticare neanche in un periodo di gravissima crisi economica, che colpisce in primo luogo i soggetti più deboli (i meno tutelati) e ne mina ancor più la dignità, perché «i diritti dei poveri non sono diritti poveri», come ha ripetuto più volte il cardinal Tettamanzi.
(Questo articolo è l'Editoriale della rivista Dialoghi n. 3-2011, il trimestrale culturale promosso dall'Azione Cattolica Italiana, in questi giorni in arrivo nelle case dei suoi abbonati)










