Vivace, solidale e vigile
intervista con Franco Miano di Gianni Borsa e Gianni Di Santo
È l’Azione cattolica che ha negli occhi e nel cuore il Presidente nazionale dell’Ac, Franco Miano, in questa intervista al mensile Segno alla vigilia della XIV Assemblea nazionale. Un momento di verifica per pensare insieme e rilanciare l’impegno associativo nella Chiesa e nella costruzione della città. Una chiacchierata a tutto campo su emergenza educativa, formazione sociale e politica, etica pubblica. Con una sottolineatura particolare sulla dimensione internazionale dell’Associazione.
Al centro nazionale dell’Azione cattolica a Roma ormai non c’è più nessuno. È una piovosa serata di marzo e anche la portineria ha chiuso bottega. Il presidente nazionale arriva in tutta fretta con la borsa piena di giornali e libri: «Tornerò a casa, a Pomigliano, tra qualche giorno – ci dice –. È così da un bel po’ di tempo: giro le diocesi, partecipo a convegni, ho le mie lezioni universitarie. Credo che fino all’assemblea sarà sempre così. Sono davvero stanco… ma proprio contento».
Il professor Franco Miano prende posto dietro la scrivania, sfoglia attentamente la posta, poi chiede ai due giornalisti di Segno: «Come vanno le cose?». Quindi si comincia. L’Ac, la Chiesa, il paese, l’associazione, il mondo…
Vivere la fede, amare la vita: è il titolo dell’assemblea del 6-8 maggio. L’Ac si confronta costantemente con la Chiesa e la comunità civile. Ma l’assemblea triennale rappresenta una opportunità particolare per fare il punto. Quali sono le parole-chiave per l’ormai prossimo appuntamento?
Le parole “importanti” dell’assemblea sono almeno di due tipi. Le prime riguardano il percorso che dal Concilio vaticano II in poi l’associazione ha vissuto: sono tutti quei termini che hanno a che vedere con la responsabilità personale, la corresponsabilità gerarchia-laici, il senso vivo della democrazia. Sono le parole, e gli impegni concreti, di un’associazione che vorrebbe ogni socio impegnato direttamente, da protagonista; ciascuno portando il proprio originale contributo. In fondo è un modo per tradurre la responsabilità dei laici nella Chiesa e nel mondo così come ci chiede il Concilio stesso. Mi chiedo: cos’è la vita democratica dell’associazione se non un modo per rispondere all’insegnamento conciliare, alla spinta che esso ha dato al ruolo laicale nella Chiesa? Poi ci sono alcune parole che oggi hanno bisogno di un’accentuazione, sono elementi-cardine dell’Ac, parole di sempre ma da rilanciare: ad esempio il binomio fede-vita, perché qui si racchiude la ricerca più profonda del cristiano, il suo senso di coerenza, la sua capacità di vivere una fede che sappia amare la vita e amarla in tutte le sue dimensioni. Il tempo di oggi domanda a tutti noi una testimonianza più incisiva, coerente, più capace di andare all’essenziale, ai contenuti della fede. E ovviamente non posso dimenticare la parola “educazione”.
A proposito di educazione: sono stati da poco pubblicati gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana dove al centro è proprio l’educazione, con qualche sottolineatura fondamentale dedicata all’Ac…
La Chiesa italiana ha appena affidato alle comunità cristiane gli Orientamenti pastorali per il decennio fino al 2020. Un compito e una missione – quella dell’educazione – che l’associazione ha nel proprio dna. C’è un passaggio al numero 43 degli Orientamenti che interessa proprio l’Ac. La Chiesa italiana ci chiede, forti della nostra esperienza nel campo educativo, di continuare a sviluppare un legame con la Chiesa locale. Un legame importante non solo dal punto di vista ecclesiale ma, proprio perché fatto di storie e volti, ancora valido nella capacità di tessere relazioni tra società e persone in un dato territorio. Un secondo riferimento ribadisce che l’Ac è scuola di formazione cristiana. Vorrei sottolineare che l’Ac, nello spirito conciliare, è scuola di formazione di tutto l’uomo. Il terzo riferimento, infine, è alla santità laicale. Nel triennio passato abbiamo approfondito nei nostri cammini formativi il concetto della chiamata a essere santi insieme; ed essere santi con lo stile e negli ambienti in cui vive e opera il laico: la famiglia, il lavoro, la società, la cultura... Il fatto che poi vengano richiamate figure di santità vicine all’Ac significa che la Chiesa riconosce un valore particolare al nostro stile e al nostro impegno. Ciò non può che farci piacere. Se penso a quanti educatori, animatori, soci di ogni età sono impegnati nelle pastorali parrocchiali e diocesane e in opere di carità posso dire a voce alta che siamo pieni di bei volti e belle storie in cui l’elemento teologico si è integrato con l’elemento del vissuto. Un patrimonio da far cogliere in tutto il suo valore.
Educazione, fede e amore: i termini sono stati accostati e intrecciati tra loro dall’Ac, sia nel cammino di preparazione che in questa fase assembleare.
Esatto. L’educazione in Ac significa, come dicevo, coniugare fede e vita. Ovvero impegno educativo a tutto campo. Vorrei rimarcare il compito e la vocazione dell’educare nella linea del bene comune. La scelta educativa non è una scelta di retroguardia, non è un confinarsi all’interno, bensì una scelta per servire la vita delle donne e degli uomini del nostro tempo, la vita della comunità locale e della città. E poi c’è l’amore. Voglio richiamare all’attenzione quanto il Santo Padre ci ha detto durante l’incontro a piazza San Pietro del 30 ottobre scorso quando, rispondendo alle domande dei ragazzi, ha invitato a pensare l’amore non come una dimensione edulcorata della vita ma una forte passione che ci coinvolge tutti, che impegna in una relazione positiva, generosa, serena verso l’altro, gli altri. E che ci permette, seguendo l’insegnamento di Gesù, a guardare il prossimo a viso aperto. L’amore ha un carattere rivoluzionario e c’è uno stretto collegamento tra responsabilità, educazione e amore.
In questi tre anni di servizio come presidente nazionale, come ha trovato l’Ac? Le realtà territoriali, dalle parrocchie alle diocesi, danno segnali di vivacità?
Sono stati tre anni molto belli. Ho trovato una famiglia associativa vivace, attiva, impegnata, certamente con caratteristiche differenti a seconda delle diversità territoriali: perché è chiaro che la configurazione culturale, tradizionale, economica e sociale ha la sua incidenza sulla realtà dell’Ac. Ad esempio l’Ac delle grandi città si trova ad affrontare realtà e sfide diverse rispetto a quelle dei piccoli centri. E lo stesso si può dire delle situazioni regionali, dal nord al sud del paese. Penso che sempre di più l’Ac si stia caratterizzando come famiglia che, in senso unitario e con caratteristiche nuove, si mette al servizio della propria Chiesa e del proprio territorio. L’Ac sa cambiare, tenendo ben salde le radici nella propria storia, sa adeguarsi alle necessità dei luoghi e dei tempi in cui è chiamata a portare il messaggio del vangelo. Talvolta con risultati positivi, incoraggianti, qualche altra volta con maggiori fatiche. Ma sempre con un grande e generoso slancio da parte dei soci e di un’area vasta di amici e simpatizzanti che scopriamo vicina e attenta all’associazione.
Quali temi e impegni prioritari intravede per il prossimo cammino dell’Ac?
Il prossimo cammino che abbiamo di fronte chiede un’Ac popolare, capace di incontrare la vita della gente nel territorio e di sostenere il cammino di ricerca di Dio e di vita buona. Una scelta semplice ed essenziale: è una strada che già percorriamo, va rafforzata e resa più significativa. Accanto a ciò, credo debba essere rafforzato il senso della cura dell’interiorità, che non è un guardare a se stessi ma il tentativo di vivere in profondità la propria vita per poi porsi al servizio del bene comune. Credo sia la cura della spiritualità, dell’interiorità e del silenzio, acquisti maggior rilievo e carattere di urgenza oggi, soprattutto se pensiamo al nostro tempo, troppo esteriore, basato sull’immagine, sull’avere e sull’apparire prima che sull’essere. L’altro grande impegno è la formazione sociale e politica per tutti, per tutte le età e per tutte le condizioni…
Già, la formazione, politica. Si rileva da tempo un “vuoto etico” in Italia, sia nel campo delle relazioni tra le persone sia nel progettare un futuro possibile per il paese. Lei pensa che dai laici cristiani impegnati nella cultura, nel sociale, nella politica, possano emergere risposte nuove ed efficaci al problema?
È la formazione del cittadino che sempre di più ci deve stare a cuore. Le provocazioni che la realtà ci propone sono sempre più chiare: noi dobbiamo rispondere con uno sforzo di formazione che sappia guardare lontano e che sia alla portata di tutti. E solo da una formazione diffusa potranno nascere nuove vocazioni all’impegno sociale e politico da accompagnare alle tante vocazioni culturali e civili già esistenti, che vanno valorizzate e sostenute. Questo mondo è splendido ma complesso allo stesso tempo; la vita moderna, la scienza e la tecnologia, le grandi trasformazioni demografiche (dalle migrazioni all’invecchiamento della popolazione nei paesi ricchi), gli avvenimenti internazionali, richiedono sensibilità, capacità di lettura e discernimento, apertura al dialogo, spinta alla responsabilità. Fare formazione vuol dire intercettare queste novità, mettere dei punti fermi sul piano dei valori e dell’etica, indicare la strada dell’assunzione diretta di impegni. I credenti non possono restare nelle retrovie. Il vangelo va portato per le strade del mondo. L’Azione cattolica ci ha sempre creduto e continua a farlo: i laici cristiani devono contribuire a costruire la città degli uomini. È questa la loro specifica chiamata.
A chi chiede, anche tra i soci, che l’Ac levi la voce di fronte alle scelte politiche che il Parlamento ci mette davanti, lei cosa risponde?
Rispondo che dalla formazione si possono costruire esperienze. Formazione non è tutto, però se vissuta bene è la strada maestra su cui poi una pluralità di esperienze acquista significato. L’Ac può disseminarle sull’intero territorio nazionale: seminari di formazione politica, laboratori della partecipazione, confronto con persone impegnate in politica, scuole di formazione sociale e politica. Qui dobbiamo essere protagonisti. Tanto più queste esperienze saranno vissute, quanto più il nostro paese crescerà. E poi vorrei aggiungere una parola.
La ascoltiamo.
Periodicamente l’Ac, attraverso la Presidenza nazionale, interviene pubblicamente, nel tentativo di contribuire a una lettura della realtà nazionale e prende posizione su alcuni fatti politici. Lo abbiamo fatto varie volte negli ultimi mesi, con un messaggio reso noto a settembre, al termine del convegno presidenti diocesani di Ancona, e poi ancora prima di Natale e infine a febbraio, con un documento intitolato Misura, decoro, rispetto. Modelli per le nuove generazioni (si veda il riquadro in queste pagine – ndr). Interventi di questo tipo provengono non di rado anche dalle Ac parrocchiali e diocesane su temi più direttamente locali, a riprova di un radicamento sul territorio che è tipico della nostra associazione. Certo, l’Azione cattolica non insegue le polemiche o la battaglia gridata, ma cerca, con uno stile costruttivo e propositivo, di rendersi presente nel dibattito su tutti i temi della vita italiana. Ricordo, in particolare, il bell’incontro del novembre scorso con gli amministratori nazionali e locali soci di Ac: è stata, a detta di molti, un’esperienza da consolidare e continuare.
Del resto l’impegno verso il bene comune è stato ancora una volta incoraggiato dalla Settimana sociale di Reggio Calabria, che l’Ac ha preparato con estrema cura, coinvolgendo il livello locale e regionale dell’associazione.
Sì, è vero, Reggio Calabria ci ha lasciato tanta voglia di fare. La riforma elettorale, la moralità pubblica, la valorizzazione della scuola, dell’università e della ricerca, la cittadinanza agli immigrati, i giovani. Ci sono infiniti ambiti di impegno che vogliamo e dobbiamo percorrere. Ad esempio, si parla tanto di giovani: da noi, in Ac, i giovani sono al centro della cura formativa ma al contempo hanno responsabilità proprie. Sono abituati a prendere decisioni e ad assumersi responsabilità. Il contributo del cattolicesimo impegnato in politica è da guardare, prima che ai numeri e ai voti, alla qualità del suo essere propositivo e migliorativo rispetto ai profondi disagi del vivere d’oggi.
Spesso in Italia si parla, e talvolta si straparla, di famiglia. Essa si può ancora considerare il nucleo fondamentale della società? Quali sono le maggiori difficoltà che incontra al giorno d’oggi? Come intraprendere azioni educative e politiche sociali ed economiche favorevoli alla famiglia?
La famiglia, le famiglie, stanno da sempre a cuore all’Ac, perché in famiglia si incontrano le persone, si vivono e alimentano relazioni profonde, perché si sperimenta l’amore, perché ci si spende con generosità e vi si costruisce il futuro dei singoli e della collettività. Penso che la famiglia vada non solo seguita, ma anche custodita e accompagnata. Accompagnare i giovani sposi, i fidanzati, accompagnarli sia dal punto di vista affettivo e psicologico che dal punto di vista socio-economico. Penso al rapporto genitori-figli e quanto l’associazione sia di aiuto in questo con l’Acr e i nostri gruppi giovanissimi. E poi ho in mente la vita delle persone anziane e quanto l’incontro tra generazioni sia oggi la chiave di volta per immaginare un futuro diverso e migliore. Una famiglia piccola comunità che si apre alla famiglia dell’intera umanità. In questo senso penso a quanto sono importanti i sacerdoti assistenti, i nostri “accompagnatori”, che ci aiutano costantemente a indirizzare la nostra attenzione ai grandi temi dell’educazione, della vita e della famiglia. Infine vorrei anche ricordare che ci sono tante persone che non hanno famiglia, oppure che vivono una condizione di disagio familiare, che sono sole. Vale per gli adulti e anche per tantissimi bambini, adolescenti e giovani. L’Ac può essere la “loro” famiglia. È una vera urgenza e noi non possiamo rimanere con le mani in mano. L’impegno del nostro ufficio famiglia è notevole, ma ogni socio si deve sentire chiamato a un’attenzione straordinaria, delicata e generosa verso queste situazioni.
L’assemblea di maggio porrà al centro dell’attenzione anche la dimensione internazionale dell’Ac. Dalla parrocchia al mondo, potremmo dire?
È vero. Insisto molto sulla dimensione internazionale dell’associazione. Sappiamo quanto il Fiac faccia in questa direzione. E non è un caso che a presiedere la nostra XIV assemblea sarà Emilio Inzaurraga, argentino, coordinatore del Forum internazionale di Azione cattolica. Dalla parrocchia al mondo: solo così la nostra storia di fede diventa esperienza planetaria a servizio di tutti, dell’Altro che è “oltre” a noi, degli altri cui ci sentiamo legati fraternamente. Del resto gli avvenimenti mondiali bussano ogni giorno, grazie ai mass media, alle nostre porte, alla nostra coscienza. La fede e l’impegno a evangelizzare non può che essere vissuto in una dimensione di massima apertura al mondo, di condivisione con i poveri del pianeta, con chi ha perso il lavoro per colpa della crisi oppure vive in situazioni di guerra, con chi lotta per la libertà e la democrazia, con chi testimonia il vangelo in paesi in cui non è rispettata la libertà religiosa.
Vorremmo farle tante altre domande, ma le lasciamo qualcosa da dire anche in assemblea! Scherzi a parte: ci regali tre aggettivi per l’Ac che si vuole costruire nel prossimo triennio…
È una bella responsabilità. Diciamo che ci vorremmo impegnare per un’associazione vivace, solidale e vigile. Che guarda al futuro con un sorriso in più.










