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Le repliche a Celentano di don Dino Pirri, Marco Iasevoli, mons. Domenico Sigalini, Agatino Lanzafame e Mimmo Delle Foglie.
"Non parlano mai del paradiso, come a dare l’impressione che l’uomo sia nato solo per morire, ma le cose non stanno così. Siamo nati per vivere, ma che cazzo di vita è questa, con lo spread, l’economia, le guerre?". (A. Celentano a Sanremo)
Caro Adriano,
non ho capito tutto quello che hai detto e alcune cose non le condivido neppure. Sono convinto che Famiglia Cristiana e Avvenire abbiano tutto il diritto di cittadinanza tra la stampa italiana. Perché tutti hanno diritto di esprimere le proprie opinioni, assumendosene sempre la responsabilità. E come credenti non possiamo neppure tirarci fori dal dibattito sui temi che riguardano la vita delle persone. Sono anche sicuro che non sei un lettore del quotidiano e della rivista, altrimenti avresti notato che entrambe da tempo provano a domandare "Siamo nati per vivere, ma che cazzo di vita è questa, con lo spread, l’economia, le guerre?". Certamente utilizzando altre metafore. Mi è sembrata gratuita quella sparata sicuramente ad effetto, ma davvero senza stile.
Però queste parole rivolte ai preti e ai frati mi hanno provocato. "Non parlano mai del paradiso, come a dare l’impressione che l’uomo sia nato solo per morire". Forse in questo hai un po' di ragione, ma senza generalizzare troppo. Poiché anche se non tutti scrivono libri e vanno in televisione, preti e frati che parlano di paradiso e mettono al primo posto i poveri, ce ne sono. E ce ne sono molti. Però è vero. Noi preti e frati, e tutti i cristiani autentici insieme a noi, dovremmo parlare di più e meglio del paradiso, del senso della vita, di Dio e dell'eternità. Qualche tempo fa me lo ha fatto notare anche una mia amica. A volte nelle nostre comunità programmiamo, decidiamo, realizziamo e verifichiamo come se Dio non ci fosse, come se tutto dipendesse da noi e dalle nostre forze. Senza tenere in conto gli sbalzi dello Spirito, le sorprese della Provvidenza e la fantasia della Speranza.
E allora, per quanto dipende da me, continuerò a leggere Avvenire, comincerò a leggere anche Famiglia Cristiana, cercherò di essere un prete più attento agli ultimi e parlerò come meglio posso di Gesù e del Paradiso. Provando ad imparare da te, da tanti miei amici preti e frati, da tanti credenti che incontro ogni giorno. Senza mai dire agli altri cosa devono o non devono fare. Se no, cadrei nel moralismo tanto lontano dalla Misericordia di Dio e dalle logiche del Suo Regno.
Non ho neppure riletto quello che ho scritto di getto. Gli errori, sono da considerarsi come pause di silenzio.
don Dino Pirri, assistente nazionale Acr
Caro Adriano,
sono un giornalista di Avvenire. Proprio l'altro giorno sono entrato nella stanza del mio direttore con un pio desiderio: "Di..di...direttore... mi scusi... mi perdoni... potrei... potrei... potrei... occuparmi... perdoni l'impertinenza... potrei creare e curare la rubrica delle omelie quotidiane?". Il direttore mi ha sbattuto fuori, riconsegnandomi all'arida, mortifera cronaca politica.
Ci ho riprovato il giorno dopo, con più decisione e maggiore fervore apostolico: "Direttore - tono solenne - ritengo che un giornale di ispirazione cattolica non possa in alcun modo evitare di pubblicare, al posto di questi strambi editoriali economici, politici e sociali, la versione integrale delle lodi mattutine e dei vespri serali. I nostri lettori non meritano insulse cronache sulla vita che scorre...". Il direttore mi ha sbattuto fuori, atto secondo.
Caro Adriano, facciamocene una ragione, io e te, insieme: i cattolici, ahimé, ahité, ahinoi, si occupano, devono occuparsi, possono occuparsi del mondo come gli altri, anzi più degli altri. Non esiste Vangelo - spero di non darti una notizia da crepacuore - che imponga di voltare la faccia dall'altra parte, di rifugiasi pigramente in un intimismo di comodo, di lasciare sgombera la piazza in cui si legge la realtà (e la si orienta).
Non serve un esperto di comunicazione per svelare l'operazione che hai condotto ieri sera con la regia del tuo "clan": avete individuato il tema da ovazioni (la Chiesa, la "cattiva Chiesa"), lo avete svolto - saltando molti passaggi di logica minima - secondo uno schema retorico che risale alla notte dei tempi (prendiamo la "cattiva Chiesa", la deridiamo e sbattiamo un po', ci infiliamo dentro, per par condicio, un'istituzione della Repubblica, poi vi spieghiamo la "buona Chiesa" e il "vero Gesù"), infine avete lasciato nel bosco tante visibili briciolone di pane. A cosa servono le briciole di Pollicino? A mangiare il cibo della polemica - e dello share - oggi, stasera, domani, sino alla fine del Festival. I patti economici con mamma Rai - sempre più in crisi di idee e interpreti - in fondo erano questi.
C'è qualcosa nell'odierna polemica che però ti sorprenderà, perché fuori dal tuo collaudato (sin troppo?) schema comunicativo. Molti credenti, la gran parte dei credenti, bypassando il Celentano di turno (altra notizia da crepacuore: come te ce ne sono tanti, ogni giorno, su ogni rete), andranno a porsi una domanda lacerante, che ha a che fare non con i tuoi comandamenti ("Parlate di Paradiso! Chiudete Avvenire e Famiglia cristiana! Ecco il vero Gesù!"), ma con il senso stesso della loro fede e della loro appartenenza alla Chiesa. La domanda che si porranno è ben più profonda della tua ora di monologo: "Perché è così facile e remunerativo attaccare la Chiesa? Cosa rende tali affondi sempre "clamorosi", e cosa dà loro sempre un'aureola di credibilità preventiva?".
Sorprendentemente, caro Adriano, la maggior parte dei credenti non incolperà te, non nutrirà rancore e non pretenderà che tu sia messo a tacere. Né incolperà il sistema dei media, né la cultura avversa delle élites culturali. O meglio: tu, il sistema dei media, la cultura avversa sarete considerati alla stregua di un dato di fatto. Niente di più. La maggior parte dei credenti non cercherà alibi e avvocati difensori, non chiederà di farti pelo e contropelo per un'ora di fila davanti a milioni di telespettatori. Piuttosto guarderà dentro di sé, cercherà nel cuore la forza necessaria per dare una testimonianza migliore e più alta della propria fede, della propria speranza, del proprio amore per gli ultimi e per i fratelli, consapevole che vivere in pieno ciò in cui si crede è l'unica strada per convertire tanto il male che "svaluta" la Chiesa nell'opinione pubblica (e ce n'è di male, chi lo nega?) quanto i pregiudizi infondati (in buona o cattiva fede che siano). Testimoniare, senza temere i piccoli martiri 2.0 o della paleotelevisione del servizio pubblico. Che non possono frenare o distrarre le forze dal mare di bene che c'è da realizzare, ogni giorno, perché chiunque abbia la chiara percezione che terra e cielo sono una cosa sola.
Marco Iasevoli
Dichiarazioni di mons. Domenico Sigalini, assistente generale Ac, all'agenzia Ansa:
"Celentano lo conosco bene, a lui piace fare le prediche ed è un buon predicatore: ma sappiamo come è fatto, è solito a uscite di questo tipo. Non deve
credere però di essere Gesù: lui è libero di parlare e noi di rispondere". Così mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e assistente generale dell'Azione cattolica, su Celentano a Sanremo, che tra l'altro ha accusato i preti di non parlare del paradiso. "Abbiamo solo aggiornato il linguaggio e parliamo di
piena vita altrimenti i giovani non capirebbero".
"Celentano è libero di parlare, ma senza offenderci e senza pretendere di far diventare il Vangelo ciò che lui dice, come se fosse il depositario della verità", aggiunge Sigalini, che tra l'altro da assistente generale dell'Azione cattolica è a contatto con i giovani. "Cos'è il paradiso? Se mi rivolgessi ai ragazzi di oggi parlando di paradiso, non capirebbero. Se parlo a un gruppo di signore di 60 anni, parlo del paradiso e sono subito compreso. Ma i più giovani, che vivono in una cultura materialista - osserva il presule - tendono a pensare al paradiso non come la vita eterna, ma come un luogo divertente o l'insieme delle cose che ci sono negate in terra. Non è così. Per questo spesso sostituiamo a questo termine quello di vita, di pienezza della vita, di vita piena in comunione assoluta con Dio, nell'abbraccio: altrimenti non se ne percepirebbe la realtà. Quindi al catechismo, dai pulpiti nelle omelie noi sacerdoti parliamo sempre del paradiso, in questa forma. Forse anche Celentano, che ha oltre 70 anni, la cui formazione religiosa risale a oltre 50 anni fa, ha in testa un linguaggio un pò datato, su questo fronte. Noi lo abbiamo aggiornato".