La rivolta del Maghreb

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La violenza che in queste settimane è esplosa nel vicino Maghreb è la tragica fatale conseguenza del degenerare di una situazione politico-sociale che procede inesorabile da lunghi anni e che, con il tempo, si confronta con una popolazione sempre più matura e consapevole dei propri diritti e pertanto sempre meno disposta a tollerare certe forme di squilibrio della società.
Innanzitutto l’Egitto, un paese governato fin dal 1981 da Hosny Mubarak, presidente soprannominato “Faraone” dalla stampa internazionale, appellativo che se da un lato può sembrare un omaggio al glorioso passato del paese, dall’altro sottolinea l’assolutezza del longevo Governo egiziano. Le restrizioni costituzionali adottate dal suo governo hanno fatto in modo che Mubarak fosse rieletto in ben quattro referendum elettorali, con percentuali di preferenza elevatissime e hanno altresì causato la dissoluzione o la frammentazione di qualsiasi partito di opposizione in grado di catalizzare le preferenze elettorali. Tuttavia, Mubarak si è dovuto confrontare con un’opposizione interna tenace: dal giorno del suo insediamento, il Raìs è sfuggito a ben sei tentativi di omicidio. Il raggruppamento attualmente più pericoloso per il suo potere è quello dei Fratelli Musulmani, di matrice islamista radicale, nemici giurati del Governo e determinati a raggiungere il potere nel paese. Conscio di ciò, Mubarak si sta preparando al meglio alle elezioni presidenziali del 2011, e all’annuncio da parte della Fratellanza di voler candidare alcuni dei suoi esponenti, lo scorso 6 ottobre, il Governo ha reagito arrestando, da allora, circa seicento membri del gruppo, di cui duecentocinquanta si troverebbero ancora in carcere.
In Tunisia, il Presidente Zine El-Abidine Ben Ali era al potere dal 1987, quando, allora Primo Ministro, fece deporre il suo predecessore Habib Bourguiba facendolo giudicare dai medici inidoneo per senilità. Da allora, Ben Ali si è prodigato nel tentativo di soffocare ogni opposizione al suo regime, di aumentare il controllo sui media e sui partiti di opposizione. Diverse organizzazioni per i diritti umani denunciano casi di sparizioni, omicidi e tortura ai danni di dissidenti e avversari. Ben Ali ha sostenuto negli anni del suo governo un’incessante lotta contro l’integralismo di matrice islamica nel suo paese, scagliandosi soprattutto contro il partito islamista Ennahda, i cui militanti sono stati imprigionati e torturati nelle carceri del regime. D’altra parte, i movimenti di ispirazione islamista hanno da sempre criticato il carattere filo-occidentale del suo governo. Nel 2002, Ben Ali ha imposto una riforma costituzionale con la quale è stato di fatto abolito ogni limite di durata alla carica presidenziale.
Infine l’Algeria, governata da Abdelaziz Bouteflika dal 1999, quando durante le elezioni gli altri candidati si ritirarono dal confronto denunciando brogli elettorali. Nel 2009, Bouteflika ha vinto le elezioni con il 90% delle preferenze, assicurandosi così il terzo mandato consecutivo, dopo che, precedentemente, aveva introdotto riforme costituzionali che eliminavano il divieto, per lo stesso presidente, di superare i due mandati. Anche il Governo di Bouteflika si è dovuto confrontare con partiti e formazioni di matrice islamista presenti nel paese. D’altra parte, nel caso dell’Algeria pesano, e ancor più pesavano al momento dell’elezione di Bouteflika, i fatti della guerra civile degli anni ’90, che hanno vincolato il nuovo governo, fin dal suo esordio, a ricostruire una riconciliazione nazionale. Sebbene abbia attuato diverse politiche in questo senso, Bouteflika sembra aver ricevuto critiche sia dal fronte islamista, secondo cui l’apertura del presidente sarebbe solo una facciata, sia dai fronti filo-occidentali, che lo accusano di eccessivo avvicinamento all’islamismo radicale.
Già da questi pochi accenni risulta più agevole inquadrare i recenti avvenimenti dell’Africa settentrionale in un contesto politico-sociale. Egitto, Algeria e Tunisia sono tre paesi profondamente diversi tra loro per storia, strutture politiche, cultura. Tuttavia, condividono alcuni tratti nella tipologia di gestione attuata dai rispettivi governi, interessati alla propria sopravvivenza e perpetuazione prima che al destino del paese di cui sono a capo. In una tale situazione, è comprensibile e, forse, auspicabile, che la popolazione di paesi da troppo tempo in via di sviluppo promettente sia giunta, con gli anni, ad una maturità e ad una consapevolezza dei propri diritti, tali da rendere ulteriormente intollerabile l’attuale ambiente politico-sociale. Il fatto che singole scintille, come un attacco dinamitardo o un gesto estremo di protesta auto-lesiva, scatenino rivolte e tumulti anche in città diverse, capaci di bloccare il paese intero, dimostra come le tensioni sociali siano giunte al limite. Malgrado le forze dell’ordine e di sicurezza al servizio dei governi abbiano strada agevole e ampi permessi nel soffocare tali manifestazioni popolari, la voce del dissenso non può che trovare sempre più frequente espressione. Una popolazione di paesi dalle grandi risorse, come Egitto, Algeria e Tunisia, e dalle enormi possibilità di sviluppo, non può che trovarsi scomoda in una situazione in cui la scelta politica si riduce a due possibilità: regimi chiusi e repressivi consolidati dal benestare occidentale o governi retti da gruppi islamisti radicali.
Egitto, Tunisia e Algeria meritano più di questo, come le rispettive popolazioni, assetate di sviluppo e stanche di dover soggiacere alle necessità di dittature mascherate da democrazie, meritano di trovare anche nei rispettivi paesi quelle possibilità di espressione e di progresso umano e materiale che, negli ultimi giorni, sembrano voler chiedere a gran voce.

 

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