Quale progetto (futuro) per l’unità d’Italia?
di Gian Candido De Martin
Le celebrazioni, ormai avviate, dei 150 anni di unità inducono a qualche riflessione, anzitutto per sottolineare come il processo unitario sia stato certo frutto in origine di forze risorgimentali in grado di creare le condizioni per l’unificazione istituzionale del paese, superando la frammentazione dei vari statarelli o domini locali, talora collegati a potenze straniere; ma osservando anche come questo processo sia stato facilitato dall’esistenza di un substrato nazionale (compresa l’anima cristiana degli italiani) che – pur con differenze, anche forti, di culture e assetti economici e sociali tra le varie parti della penisola – aveva radici risalenti nei secoli.
Comunque, una volta costituito nel 1861 lo Stato italiano, la sua evoluzione ha visto progressivamente rinsaldato il volto unitario del paese, con il concorso anche del mondo cattolico, pur con passaggi talora complessi e controversi (v. Porta Pia, non expedit, Concordato del 1929), e tuttora non sempre condivisi nelle ricostruzioni storiografiche. Il momento forte di questo percorso unitario è certamente costituito dalle scelte costituzionali del 1948, scaturite dopo una stagione di grandi difficoltà nel passaggio dal fascismo alla Costituente, che ha saputo far emergere in modo lungimirante valori unificanti tuttora punto di riferimento del sistema.
Da queste scelte si percepisce con chiarezza che unità non è uniformità, né centralismo, ma piuttosto unità plurale, policentrismo, che riconosce (non concede) spazio e ruolo alle varie formazioni sociali, ossia soggettività alla società nelle sue diverse articolazioni, mirando a coinvolgere i cittadini nella gestione e nel controllo dei pubblici poteri. È, questa, una concezione istituzionale, poi rafforzata con la riforma costituzionale del titolo V nel 2001, che concepisce la Repubblica come sistema di autonomie (armonia discors, secondo l’espressione del costituente Costantino Mortati, che ha ispirato il principio dell’art. 5, in cui al tempo stesso si sancisce l’unità e indivisibilità dell’Italia, ma anche la necessità di riconoscere e valorizzare il più possibile le autonomie): senza enfasi, quindi, su un’idea di nazione statica e centripeta, ma superando radicalmente, con il contributo determinante della componente cattolica della Costituente, l’idea statocentrica, connessa a un sistema piramidale e gerarchico delle istituzioni pubbliche.
Il nodo pendente – da tempo, e anche da ultimo, nonostante la riforma costituzionale di un decennio fa – è quello di attuare finalmente un disegno così impegnativo (e rivoluzionario) di decentramento effettivo del sistema, non solo sul piano amministrativo, valorizzando autonomie responsabili sociali e territoriali di diverso livello (comuni, province e regioni), coniugando sussidiarietà e solidarietà nazionale, in un contesto peraltro per molti versi ora sovranazionale o globale. Ciò significa concretare una nuova unità, basata comunque su garanzie di sistema, assicurando a tutti i cittadini della Repubblica livelli essenziali di prestazioni pubbliche legate ai diritti civili e sociali, senza privilegi per talune componenti o parti del paese, ma commisurando la gestione dei compiti pubblici a fabbisogni e costi standard.
Un obiettivo certo complesso ma essenziale, anche per realizzare realmente una democrazia sostanziale. Tuttavia un obiettivo che appare oggi, purtroppo, troppo spesso controcorrente, con un federalismo più proclamato (o strumentalizzato) che realmente perseguito, marginalizzato da una disattenzione diffusa per autonomie responsabili, svuotate a vario titolo di compiti e risorse da un centralismo di ritorno, sempre più aggressivo, che ricorre spesso anche a commissari straordinari per gestire non vere emergenze ma funzioni che dovrebbero spettare ai soggetti territoriali ordinari. Tutto ciò è segno anche di una debole cultura dell’autonomia responsabile, che talora finisce per condizionare gli stessi amministratori locali, i quali trovano spesso più comodo aspettare le circolari ministeriali che assumersi autonome responsabilità. Vi è poi da tener conto anche dei gravi rischi connessi ad un federalismo malinteso, disattento alla solidarietà e alla perequazione e piuttosto orientato a mantenere ingiustificati privilegi, che minano fortemente la coesione nazionale (v. non solo i rapporti nord/sud, ma anche la sempre più inaccettabile situazione di privilegio finanziario, a vario titolo, delle cinque regioni speciali o province autonome).
Dunque, la grande sfida per questa nuova unità plurale ed aperta è quella di realizzare coerentemente un federalismo capace di una sintesi effettiva tra sussidiarietà e solidarietà, nel quadro dei valori unificanti sanciti dalla Costituzione (in armonia ora con il quadro europeo). C’è molta strada da fare in questa direzione: c’è bisogno di un forte e convergente impegno, anzitutto culturale, per animare autonomie responsabili che ricreino anche condizioni di una effettiva partecipazione sociale e politica alla vita pubblica. In questo orizzonte si può collocare anche uno spazio nuovo di impegno coerente dei laici cristiani, non tanto in una prospettiva di neo guelfismo (che guarda al passato), ma di un discernimento che può avere molto da dire e da fare potendo contare anche sull’ispirazione della dottrina sociale della chiesa.
Tutto ciò concorre a confermare che – a voler traguardare e sostenere un futuro unitario della Repubblica, tenendo conto ovviamente delle crescenti dimensioni sovranazionali, anzitutto a livello europeo – è indispensabile, anzi prioritario, investire oggi in modo sistematico (anche nei mondi cattolici e nelle chiese locali) sulla formazione alla politica, per preparare cittadini competenti, in grado di interpretare ed essere protagonisti di una nuova stagione di impegno al servizio delle istituzioni democratiche locali e centrali della Repubblica.










