Terra Santa. Come le rose gialle

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Chiara Santomiero
Dallo scorso 28 dicembre (e fino al 5 gennaio) si svolge in Terra Santa il pellegrinaggio della Presidenza nazionale di Ac con la partecipazione di 50 rappresentanti di quasi tutte le regioni italiane insieme ad alcuni membri della Presidenza nazionale, dei consiglieri nazionali e dei collaboratori degli uffici centrali.
L’iniziativa si inserisce nel rapporto di prossimità che da sempre unisce l’Ac alla Terra Santa, secondo lo stile di un incontro che riguarda non solo i luoghi santi e le tracce della presenza storica di Gesù in questa terra, ma le “pietre vive” di una comunità cristiana che in modo particolare - negli ultimi tempi - chiede la vicinanza spirituale e fisica dei fratelli di fede.
Alla visita dei luoghi santi di Betlemme, Gerusalemme, Nazaret si stanno, quindi alternando, gli incontri con i responsabili della Chiesa locale – il Patriarca della Chiesa latina, Sua Beatitudine Fouad Twal; i suoi vicari mons. William Shomali e p. David Neuhaus; il Custode di Terra Santa, fra Giambattista Pizzaballa – con quelli con le esperienze più in prima linea nel sostegno alle necessità della popolazione (il Caritas Baby Hospital di Betlemme, l’asilo delle suore comboniane di Betania, le scuole francescane di Gerico).

 
È stato fra Oscar Marzo, la nostra guida francescana in Terra Santa, il primo a notarlo: «In questo pellegrinaggio gli incontri più significativi sono stati quelli con le donne». E mons. Sigalini, nella celebrazione eucaristica al Cenacolino, ha sottolineato il coraggio e la sensibilità delle donne ricordando come, sotto la croce di Gesù, ci fosse solo Giovanni insieme a loro.
Sotto la croce di una «Chiesa che sa cos’è il Calvario», come l’ha definita il Patriarca latino Twal, ci sono ancora molte donne a sostenere il peso di un dolore che ha diversi volti e a tenere alta la speranza.
Come sr. Lucia Corradin, una delle quattro suore elisabettine che lavorano al Caritas Baby Hospital di Betlemme, l’unica struttura pediatrica di tutta la Cisgiordania. L’ospedale accoglie i bambini palestinesi, con gravi deficit a livello cardiaco, respiratorio o metabolico, piccoli malati cronici «per i quali la struttura diventa una seconda casa e che spesso dobbiamo farci carico di accompagnare alla morte». Quando ci sono delle possibilità di guarigione si cerca di farli accogliere dagli ospedali israeliani e comincia un’odissea di permessi da ottenere per superare il muro che separa Betlemme da Israele, autoambulanze da predisporre da una parte e dall’altra del check point, soldi da raccogliere per accedere ad un sistema di sanità privatizzata.
«Meno male – sorride sr. Lucia – che c’è una cardiologa palestinese che lavora in Israele e viene qui due volte la settimana la quale, quando ritiene che il trasferimento di un bambino sia assolutamente da fare, insiste così tanto che i suoi colleghi d’ospedale si arrendono per sfinimento... La sua presenza è un segno di incoraggiamento e di speranza».
A Betlemme la speranza di un futuro migliore è fragile come le rose gialle che fioriscono sfacciate contro il grigio cemento del check point, ma resiste anche ai venti più gelidi di dicembre e punta sulle donne: «Lavoriamo sul profilo educativo – afferma sr. Lucia – perché cresca la consapevolezza del proprio valore rispetto al ruolo marginale che gli attribuisce la cultura tradizionale. Ciò avrà effetto anche sul futuro dei loro figli».
Bambini e bambine che cercano nella scuola la chiave per sperare in un futuro migliore per sé e per tutto il loro Paese. A Betania, sulla strada da Gerusalemme a Gerico, le suore comboniane tengono aperta una scuola materna da quarant’anni. Nel 2004 il Muro è arrivato fin là e ha diviso l’istituto delle suore dal resto del Paese.
Sembrava già una soluzione estrema quella di una specie di finestra nel cemento aperta dalle 8.00 alle 8.15 e dalle 12.00 alle 12.15 attraverso la quale i bambini venivano fatti passare da una parte all’altra, ma da settembre scorso anche questa finestra è stata chiusa e l’alternativa sarebbe far passare i piccoli dal check point, venti chilometri più in là. «Il risultato – racconta sr. Alicia Vacas – è che i bambini sono scesi da 57 a 9, ma soprattutto abbiamo perso i contatti con la comunità cristiana di Betania nella quale le suore sono inserite da sempre». Dal mese prossimo, due o tre suore della comunità si trasferiranno a vivere dall’altra parte del Muro, fuori dal proprio convento, per continuare il lavoro con le donne e i bambini: «Ciò che vorremmo fare – afferma sr. Alicia – è vivere e far comprendere la realtà di Cristo venuto per essere la nostra pace abbattendo il muro di separazione». «C’è un grande pericolo – sottolinea sr. Alicia – nel far vivere in modo separato bambini israeliani e palestinesi: la mancanza di conoscenza reciproca alimenta il mito e il pregiudizio».
La conoscenza, il crescere insieme di bambini e ragazzi che appartengono a religioni e anche a culture in parte diverse: è l’obiettivo delle scuole francescane di Gerico, 600 alunni e alunne per la scuola delle suore fino alla classe terza e 470 fino alla decima, due anni prima della maturità, per la scuola dei frati. Suor Colombia Ayub è irachena e vive qui da due anni: «Gli alunni cristiani sono 16 – spiega – tutti gli altri sono musulmani: si trovano bene da noi». «Lavoriamo per il bene del Paese – prosegue – e per una convivenza pacifica con i musulmani: i ragazzi che oggi giocano a calcio insieme si troveranno domani a dividere la responsabilità della loro comunità».
Cristiani, ebrei, musulmani; cattolici, ortodossi, protestanti, armeni, copti; cattolici di rito latino, greco, armeno, provenienti dall’ebraismo: tutte le distinzioni religiose e anche le sfumature sono presenti in Terra Santa e si urtano tra loro e cercano in vari modi una strada per convivere, come ha testimoniato anche il recente Sinodo per il Medio Oriente.
«Incontrando le contraddizioni di questa terra – ci ha detto ancora mons. Sigalini al Cenacolino – ognuno fa i conti con la propria umanità, con le proprie debolezze». Eppure Gesù «ha istituito l’Eucarestia, il dono totale di sé, tra il tradimento di uno e la fuga di tutti gli altri». Solo al Cenacolo «con la discesa dello Spirito santo, gli apostoli hanno cominciato ad avere il coraggio che ancora oggi non li abbandona». Proprio da qui, allora «nasce la consapevolezza che il Signore usa la fragilità per fare cose grandi».

Dalla Terra Santa un augurio di pace e di bene a tutti per il nuovo anno.
 

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