I giovani tra monotonia e dinamicità
Ha fatto discutere la battuta di Monti sulla "monotonia" del posto fisso. Aldilà delle parole usate, resta il tema del modo in cui i giovani intendono appropriarsi del loro futuro, senza attendere "doni" che forse non arriveranno mai. La riflessione di Isabel Milazzo (équipe Mlac e animatrice del Progetto Policoro di Rimini)
"È bello cambiare e accettare delle sfide": l'ultima dichiarazione del presidente del Consiglio mi ha fatto tornare in mente un passo degli Atti degli Apostoli, caro a tutti i giovani che in questi anni si sono spesi, come me, nel servizio del Progetto Policoro. L'episodio è quello dell'incontro tra il mendicante e Pietro, il quale gli rifiuta l'elemosina invitandolo ad alzarsi e darsi da fare.
Tacciato frettolosamente di non aver alcuna cognizione della realtà del mondo giovanile, Monti ha invece (ed in maniera molto acuta) ricordato che il posto fisso per molti è un sogno destinato a rimanere tale.
La continua evoluzione del mondo del lavoro ha progressivamente allontanato il posto fisso: allontanato nel tempo, perchè chi lo avrà riuscirà ad ottenerlo dopo anni ed anni di carriera, e nello spazio, visto che molte professioni tendono ormai ad escluderlo.
Non so se sia qualcosa di monotono, forse non è esattamente il termine più indicato, ma su una cosa Monti ha ragione: l’evoluzione del mercato del lavoro vuole giovani attenti e competitivi, capaci di mettersi in gioco e realizzarsi al di là del posto fisso. Anche perché, in caso contrario, nessuno avrebbe mai la stabilità necessaria per pensare serenamente e seriamente al proprio futuro personale e professionale.
Atteggiamento sbagliato risulta essere quello di “piangere sul latte versato”, senza per nulla considerare il repentino cambiamento socio-economico degli ultimi dieci anni che, se da un lato ha portato paradossalmente ad una involuzione della società verso orientamenti distorti, poiché troppo legati ad un antico modello sociale, dall’altro, invece, ha indotto la gente comune a rimboccarsi le maniche.
Negli anni del liceo ho avuto la possibilità di partecipare ad un progetto di incubazione di impresa, IGstudents. Ricordo ancora quando uno dei nostri tutors disse, con estrema fermezza ed enfasi: “Il lavoro, se non c’è, te lo devi creare!”. Non nego che una tale affermazione lasciò noi tutti, giovani studenti liceali per i quali il lavoro era l’ultimo dei nostri pensieri, a dir poco basiti.
Forse è proprio il momento storico difficile e delicato che stiamo attraversando che ci porta a schierarci contro affermazioni che, seppur acute, risultano note stonate di un sistema-lavoro e un sistema-paese ormai invecchiati e deteriorati, come se realmente il posto fisso fosse l’ancora di salvezza … ma non è proprio così.
Cambiamo la cultura, la nostra cultura giovanile, così tanto influenzata da un pensiero classicista e conformista, spesso corrotto ed inquinato, incentiviamo l’imprenditorialità, giovanile e femminile, creiamo alleanze tra famiglia e lavoro, sviluppiamo modelli e stili di vita congrui ai nostri tempi moderni, mettiamo al centro la persona con il suo nome, la sua storia, la sua profonda e sacra identità, sviluppiamo idee che siano volte al bene di tutti, scommettiamo sulla cooperazione dell’essere umano, superiamo questa crisi che ci attanaglia facendo, in primis, la “battaglia culturale” del secolo: educhiamoci e rieduchiamo i nostri giovani ad alleanze strategiche, quelle che, per prima cosa, vanno fatte con la cultura e la formazione, dove per cultura si sottintende anche quella legata al lavoro, alla creazione di impresa, individuale o collettiva che essa sia, allo sviluppo della persona umana ed al suo passaggio all’età matura. Quello che fanno tanti animatori di comunità d’Italia col loro contributo al Progetto Policoro. Auguriamoci, allora, di riscoprire, del lavoro e nel lavoro, la centralità umana, che conta più del posto fisso.










