I partiti ritrovano unità sulla giustizia. Ma evitando i "temi caldi"

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Miracolo a Montecitorio: Pd, Pdl e Terzo polo votano la relazione della Guardasigilli Severino, nella quale non ci sono i tormentoni di qualche mese fa. Meglio così - verrebbe da dire -: ci si potrà concentrare su processi lenti e carceri. Antonio Martino

Se non è un miracolo, poco ci manca. Per la prima volta negli ultimi 15 anni Pd, Pdl e Terzo Polo, in materia di giustizia, sono d'accordo: i partiti che sostengono il governo Monti, infatti, hanno approvato unanimemente la relazione del Guardasigilli al Parlamento, votando insieme una risoluzione alla Camera e una mozione al Senato. Paola Severino è riuscita quindi a mettere d'accordo tutti su un tema, la politica giudiziaria, che fino a tre mesi fa era terreno di uno scontro all’arma bianca, visto che i tre partiti esprimevano posizioni del tutto contrapposte.

Ma come ha fatto Severino a raggiungere il risultato? Semplicemente togliendo dal tappeto tutti i punti di possibile attrito. Per la prima volta, la relazione del Guardasigilli non conteneva riferimento alcuno a una eventuale separazione delle carriere dei magistrati, a riforme delle norme sulle intercettazioni o sul funzionamento del processo, a interventi per allungare o accorciare i tempi della prescrizione, alle tensioni tra toghe e politici, alla terzietà del giudice o alla riforma della professione forense. E nessuno, dai banchi di deputati e senatori, si è sentito in dovere di far notare che, seppure per ragioni diverse, poteva apparire quantomeno strano, fuori dai Palazzi, che non si facesse alcun riferimento a temi costati, se non altro, fiumi d'inchiostro e migliaia di ore di lavori parlamentari, spariti improvvisamente dal tavolo.

Nella relazione del ministro Severino, infatti, c'era tutt'altro: la relazione “di giustizia” è stato un lungo excursus sulle deficienze del settore, sulle carenze del sistema e sulle difficoltà che si possono incontrare nel difficile rapporto cittadino-tribunale. Il tutto ponendo l'accento sulle ripercussioni economiche di una giustizia che non va e che «ci costa ogni anno un punto di Pil». In particolare, il Guardasigilli ha ricordato che nel 2011 lo Stato italiano ha dovuto sborsare 46 milioni di euro per procedimenti penali dovuti a errori giudiziari e 84 milioni di euro per risarcire i cittadini che hanno fatto ricorso contro l'eccessiva lentezza dei processi. Non solo: per Severino l'Italia «non può più permettersi oltre 2.000 uffici giudiziari allocati in 3.000 edifici». Occorre quindi «ridurre le spese di gestione» e «razionalizzare l'utilizzo delle risorse umane esistenti».

Il fatto che costi molto, non significa che la giustizia italiana vada spedita, anzi. Secondo il Guardasigilli «destano forti preoccupazioni l'enorme mole dell'arretrato da smaltire che, al 30 giugno del 2011, è pari a quasi 9 milioni di processi (5,5 milioni per il civile e 3,4 milioni per il penale), sia i tempi medi di definizione che nel civile sono pari a 7 anni e tre mesi (2.645 giorni) e nel penale a 4 anni e nove mesi (1.753 giorni)». Con oltre 2,8 milioni di nuove cause in ingresso in primo grado, l'Italia è seconda soltanto alla Russia: «Proprio questo fenomeno - ha detto il ministro - determina un ulteriore intasamento del sistema conseguente al numero progressivamente crescente di cause intraprese dai cittadini per ottenere un indennizzo conseguente della ritardata giustizia» e poco conta («una goccia in un mare») la conferma del trend negativo dell'insorgenza di nuove cause civili.

Il sistema carcerario, come, va molto, molto peggio: «Sento fortissima - ha detto Severino - la necessità di agire in via prioritaria e senza tentennamenti per garantire un concreto miglioramento delle condizioni dei detenuti». Al di là dei dati numerici (sono «66.897 I detenuti che, salvo poche virtuose eccezioni, soffrono modalità di custodia francamente inaccettabili per un paese come l'Italia»), secondo il Guardasigilli «siamo di fronte a un'emergenza che rischia di travolgere il senso stesso della nostra civiltà giuridica, poiché il detenuto è privato delle libertà soltanto per scontare la sua pena e non può essergli negata la sua dignità di persona umana».

Numeri incontrovertibili, accostati però alla «possibilità, paradossalmente offerta dalla crisi economica» di dar vita a «una profonda riforma» della giustizia, che faccia dell'efficienza e della celerità il proprio cardine. Niente riferimenti, quindi, a battaglie di principio o a grandi temi “morali”, ma solo la mera constatazione del fatto che le cose, così, non funzionano. Di che gridare all'ovvietà, certo, ma anche abbastanza da far dire a tre partiti di indole diversissima «sentite le parole del ministro, le approva».

Sappiamo bene che è più facile alimentare campagne demagogiche sulla sicurezza che riformare il sistema penale e civile. È più facile inasprire le pene e aumentare le tipologie di reato che realizzare e sperimentare quel giusto equilibrio fra reclusione e pene alternative che è da decenni in vigore negli altri Paesi europei. È più facile riempire le carceri di tossicodipendenti. Ma per questa strada si amplia e non si restringe il perimetro della illegalità, non si danno risposte alla domanda di giustizia e a quella di sicurezza, si alimenta soltanto un clima di intolleranza e di giustizia sommaria contro il diverso e il più debole, si cancella la Costituzione e ci si allontana da quel modello di Stato di diritto che da almeno due secoli si è affermato in Europa.

Forse vale la pena ricordare che l’Italia è sempre fra gli Stati più condannati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per violazioni della Convenzione europea sui diritti umani, e in particolare dell’art. 6, che impone agli Stati di garantire una durata ragionevole dei processi. Il 37 per cento di tutte le sentenze di condanna da parte della Corte per inefficienza della giustizia è a carico dell’Italia.

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