Il problema non sono le agenzie di rating

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L'ennesimo declassamento di S & P si combatte con un'unica strada: riforme e governance europea. Perché il "basso rating" dell'Italia ha radici ultradecennali da estirpare a testa bassa, senza timori e senza cedere a ricatti. Marco Iasevoli

Standard & Poor's (uno dei tre "giudici delle nazioni" partoriti dalle menti diaboliche della finanza che si "autoregola") ha declassato mezza Europa. Non solo: ha anche tolto il rating più alto (l'ormai famigerata "tripla A") al fondo salva-Stati di cui l'Europa dovrebbe servirsi per proteggere le nazioni a rischio-crack.

L'Italia e stavolta, stranamente, anche l'Europa, hanno reagito allo stesso modo: "Quell'agenzia non è affidabile, il giudizio è sbagliato e tutela interessi altrui. Gli Stati si stanno risanando e l'Ue ha avviato tutti i meccanismi di difesa, e ora si prepara a varare un piano per la crescita e il lavoro". Una reazione in buona parte giusta e motivata, tanto è vero che le Borse sembrano - per il momento - quasi aver ignorato il "giudizio" di S & P (in linea teorica, un declassamento dovrebbe condurre ad una minor fiducia verso i titoli di Stato con rating in discesa, e dunque farne aumentare i tassi di interesse, con effetto a catena sui bilanci nazionali). 

Inoltre, come i giornali hanno ampiamente documentato, i massimi finanziatori di S & P non sono affatto dei tifosi dell'euro, ma anzi appartengono a quella nutrita schiera di speculatori che dall'attuale situazione di instabilità della moneta unica hanno tutto da guadagnare.

Insomma, la reazione è nel complesso giusta. Tuttavia, lungi dall'Italia e dall'Europa una vecchia tentazione: allearsi contro il "nemico esterno", dimenticando che, S & P o meno, la strada da fare per risanare i conti e avviare concrete politiche di sviluppo è ancora lunga e tortuosa.

S & P e il suo giudizio "interessato" non siano il paravento per nascondere la verità: decenni di riforme mancate, spesa pubblica incontrallata e inefficiente, mano larga con i disonesti e pugno di ferro con gli onesti, carenze gravi nell'ordine dell'equità sociale.

La strada è una ed è obbligatoria: riformare l'economia abbattendo tutti i privilegi e le posizioni di rendita, riformare le istituzioni e adeguarle alle necessità decisionali e di controllo del terzo millennio, realizzare una governance politico-economica dell'Europa. E far assumere anche allo Stato la regola d'oro di ogni famiglia: tenere i conti in ordine, pareggiare il bilancio a fine anno, scegliere oculatamente le voci d'investimento, risparmiare tesoretti per i giovani e le categorie deboli, stabilire e far rispettare regole dure contro chi turba "l'armonia famigliare" (evasori, illegali di ogni taglia, criminalità organizzata).

Se l'Italia e l'Europa seguiranno l'unica via possibile, la speculazione sbatterà contro una fortezza inespugnabile. Se non lo farà, i declassamenti di S & P saranno l'ultimo problema da affrontare...

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