La politica e le corporazioni

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La politica e le corporazioni. Marco Iasevoli

Può darsi che tutti abbassino la testa e convertano in legge il decreto sulle liberalizzazioni senza fare tante storie. Può darsi, è forse auspicabile, è plausibile. Ma non è ancora certo.

Non perché i leader di partito siano contrari alle misure varate da Monti e dal suo governo (sino al giorno precedente "delegazioni" delle forze politiche hanno fatto pervenire all'esecutivo richieste e proposte di cambiamento, in buona parte accolte). Anzi, si può dire che Alfano e Bersani (la linea del sostegno incondizionato di Casini non è mai mutata sinora) ci abbiano messo la faccia più di quanto abbiano fatto con il decreto salva-Italia.

Tuttavia, l'incognita resta. Perché? Perché i partiti sono zeppi di professionisti, imprenditori e azionisti toccati dalle nuove norme, o di politici di rango che sono cresciuti nel consenso attraverso rapporti privilegiati con alcune categorie e iniziative produttive. Truppe ben organizzate e trasversali, che hanno mostrato nel recente e meno recente passato di mettere in difficoltà qualsiasi esecutivo, di piegare la forza dei numeri alla loro volontà.

Il punto è che, in barba ad ogni concezione del bene comune, sembrano essere lì per questo. A fare lobbying interno, che è molto meno accettabile di quello esterno esercitato dalle legittime organizzazioni di categoria e/o datoriali con i loro apparati relazionali e mediatici.

Il rischio, per i "lobbisti interni", è grosso. Se passano misure che vanno a loro svantaggio, a svantaggio dei loro colleghi, delle categorie e delle quote di mercato da loro rappresentati, cade il senso stesso della loro presenza nel Palazzo. Con grosse ripercussioni non personali, ma sul partito, visto che i loro voti sono a beneficio della forza politica di cui fanno parte.

Perciò, al momento, in Parlamento la strada del decreto non è del tutto libera. Tuttavia, rispetto alle frenate cui sono stati spesso costretti i governi "politici", ci sono allo stato alcune condizioni che potrebbero davvero aiutare a forzare le resistenze: il baratro economico che è sempre lì a due centimetri, le pressioni europee, il giudizio dei mercati.

D'altra parte, il decreto, tatticamente, ha già in seno dei piccoli buchi e delle facoltà di miglioramento/cambiamento in cui i partiti potranno infilare le loro bandierine elettorali (è quanto già accaduto con il salva-Italia), mantenendo così la loro "identità" a poche settimane da una difficile tornata elettorale.

Vedremo nei prossimi giorni cosa farà pendere la bilancia. Di certo resta l'amaro in bocca per un'Italia in cui non esiste un moto di cambiamento collettivo e diffuso, per cui restano sul tavolo le solite due ipotesi: bloccare/arenare tutto (la tesi che l'ha quasi sempre spuntata) o procedere a tappe forzate, tra proteste selvagge e le finte recriminazioni di una politica che ha preservato per anni lo status quo.

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