Oltre la Grecia c'è il problema-Europa
La vicenda del salvataggio greco è l'emblema di un'Europa che ha perso l'afflato comunitario delle origini, lasciando spazio al "si salvi chi può". Una riflessione di Antonio Martino
«Nella battaglia per l’unità europea è stata ed è tuttora necessaria una concentrazione di pensiero e di volontà per cogliere le occasioni favorevoli quando si presentano, per affrontare le disfatte quando arrivano, per decidere di continuare quando è necessario». Le parole pronunciate da Altiero Spinelli, padre nobile dell’Unione Europea, oggi stridono se messe a confronto con altre parole tanto gridate quanto di moda in queste settimane. Parole più banali, ma anche più tragiche. Divisorie. Tipo: “Noi siamo l’Italia, e l’Italia non è la Grecia, né la Spagna, né il Portogallo o l’Irlanda”. Certo c’è della verità in questo giudizio, c’è una spiegazione “da economista” che si può dare, magari accompagnata da una buona dose di cinismo, ma c’è anche la prova che un ideale, quello europeista, rischia di essere seppellito in maniera forse definitiva sotto la spinta del “si salvi chi può”.
A scorrere le rassegne stampa quotidiane, infatti, l’Europa dei grandi europeisti come Spinelli e Adenauer, Schuman e De Gasperi sembra scomparire ogni giorno di più dall’orizzonte dei panorami possibili, praticamente ripudiata. Viene allora da chiedere: se noi non siamo la Grecia, cosa siamo? L’Italia solamente, o addirittura, adeguandoci alla regola del più forte che decide per gli altri, siamo magari con la Germania? O siamo, direttamente e opportunisticamente, la Germania, vale a dire chi ci può dare una mano, se non contrariato, a uscire dai guai?
In attesa di risposta, di certo c’è che il massimo regresso dell’idea di Europa cui assistiamo non poteva non portare con sé un simmetrico regresso dell’idea di democrazia all’interno delle istituzioni e dei singoli Paesi del continente. Un esempio: a qualcuno è sembrata innocua e banale anche la reazione sdegnata di tedeschi e francesi all’idea del primo ministro greco, qualche mese fa, di ascoltare i cittadini del suo Paese. L’aver avuto, anche allora e più di oggi, i nostri guai come italiani non nobilita il nostro silenzio in quel frangente, assieme al silenzio di tutti di fronte alla giusta pretesa del governo greco di sapere come la pensavano i greci sul proprio destino, quello di ciascuno di loro.
Ringraziando il cielo, non è più tempo di guerre il nostro, se non di guerre economiche, talora non meno gravose. Speriamo non di guerre civili. Ma come molti giornali greci hanno sottolineato, l’Europa tutta farebbe bene a non dimenticare «le poche miglia che separano la piccola Grecia dalla sempre più potente e non ancora maturamente democratica Turchia, come Cipro insegna, come insegna il timore preoccupato che ancora oggi si vive nelle isole greche addossate al vicino Paese». Europa è anche confini certi, o almeno lo era, prima di questo sconquasso che rischia di sfigurarne il volto.










