Rigore, equità, crescita: come quadrare il cerchio?

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La manovra-Monti è ormai giunta al via libera finale del Senato. La valutazioni di Lorenzo Caselli, docente di Etica economica: "Le misure sono il massimo possibile data l'urgenza e la posta in gioco, ma ora si lavori su crescita e occupazione"

Lorenzo Caselli è professore emerito dell’Università di Genova, docente di Etica economica e vicepresidente del Consiglio scientifico dell'istituto Vittorio Bachelet

Siamo in presenza di una manovra certamente pesante (oltre 30 miliardi di euro) che si aggiunge alle misure già adottate dal governo precedente. Nel complesso la manovra lascia a desiderare sul piano dell’equità e, così com’è, non alimenta la crescita. Tutto questo è  vero. Però, quale sarebbe stata l’alternativa? Certamente il fallimento del nostro Paese e, con il nostro Paese, quello dell’Europa o perlomeno della zona Euro.

Il decreto “salva Italia” varato dal governo Monti (governo composto da persone competenti, credibili, disinteressate) è stata una risposta tempestiva, coraggiosa, determinata, che non ha nascosto come stavano effettivamente le cose. Non dimentichiamoci del commissariamento di fatto del nostro Paese da parte dell’Unione Europea per cui era in gioco anche la nostra dignità.
Nel giro di poche settimane la situazione è cambiata. L’Italia ha riacquistato autorevolezza sul piano internazionale e nel contempo è aumentata la fiducia nella nostra capacità di affrontare e risolvere i gravi problemi sul tappeto. A questo proposito va sottolineato che credibilità e fiducia hanno anche una immediata rilevanza economica. Basti pensare ai minori oneri del debito pubblico grazie alla riduzione dello “spread” e alla possibilità di acquisire ulteriori risorse dall’esterno.

La manovra poteva essere diversa? A mio avviso, ragionando sull’immediato, solo in misura molto modesta. Nella definizione del pacchetto di interventi occorreva infatti fare i conti sia con i vincoli e le prescrizioni “consigliati” dall’ Europa (pareggio di bilancio, pensioni, ecc.), sia con l’esigenza di ottenere il voto favorevole dei due maggiori partiti fino a ieri su posizioni radicalmente contrapposte, sia con il potere di interdizione di molte lobby, presenti dentro e fuori il Parlamento. A tutto ciò si aggiunga l’imperativo della massima urgenza, per cui era (ed è) praticamente impossibile fare in pochi giorni ciò che non si è saputo o voluto fare in tutti questi anni.

Vediamo per sommi capi la struttura della manovra e il suo impatto sul 2012: il piatto forte è costituito da un lato da maggiori entrate ovvero dall’aumento della tassazione e dall’altro dall’intervento sul sistema pensionistico. Con riferimento al primo ambito, siamo in presenza di una operazione da 26 miliardi di euro di cui ben 11 attribuibili all’imposta sulla casa (Imu), poco meno di 6 all’aumento delle accise soprattutto sulla benzina, 3 e rotti all’incremento dell’aliquota Iva e 2 all’addizionale regionale su Irpef e Ires. Alle maggiori entrate si sommano tagli alle spese per 4,9 miliardi di cui 2,1 riguardano le deindicizzazioni delle pensioni e 2,8 i trasferimenti agli enti locali. Il quadro contabile comprende altresì sia minori entrate per 7,5 miliardi di cui 4 corrispondenti al congelamento del taglio della giungla di detrazioni e agevolazioni cui occorrerà porre mano nel 2012 (altrimenti si dovrà ulteriormente aumentare l’Iva di 2 punti percentuali) sia maggiori spese per 3,1 miliardi finalizzati a sostenere alcune misure di sviluppo e di welfare locale nonché le missioni di pace.

Per quanto riguarda il secondo ambito, la manovra sulle pensioni ha ripercussioni immediate e soprattutto di prospettiva. Deindicizzazione delle pensioni superiori a 1400 euro al mese, applicazione a tutti del sistema contributivo pro rata, abolizione delle quote di anzianità, allungamento dell’età pensionabile per uomini e donne, disincentivi per chi vuole lasciare il lavoro anticipatamente sono gli elementi costitutivi di un nuovo assetto, profondamente diverso dall’attuale e che consentirà nel corso del tempo notevoli risparmi per le finanze pubbliche. Sorge però da subito l’interrogativo: i  risparmi serviranno per fare semplicemente cassa oppure saranno finalizzati alla crescita quantitativa e qualitativa dell’occupazione?

Non è un interrogativo di poco conto specie se si pone mente al fatto che il decreto “salva Italia” grava massicciamente sulle spalle dei “soliti noti” (lavoratori dipendenti, pensionati, ecc.). ovvero di coloro che pagano regolarmente le tasse. A conti fatti l’incidenza media per famiglia delle manovre Berlusconi e Monti può essere stimata nell’ordine di 3000 – 4000 euro/anno. Con altre parole è dai ceti medi e  medio-bassi (dai ceti meno abbienti per usare l’espressione del presidente Napolitano) che viene il maggiore contributo per mettere in carreggiata il nostro Paese. Devono pertanto essere “ripagati” in termini di maggiore equità e di migliori prospettive per il loro futuro e quello dei loro figli.
La manovra del governo Monti risponde sicuramente all’esigenza del rigore e dell’urgenza, meno a quelle dell’equità e della crescita. Lo ripeto, i margini di manovra erano limitati. Qualcosa è stato fatto e va giustamente evidenziato. Molto resta da fare nei prossimi mesi.

Sul piano dell’equità ovvero della ripartizione dei sacrifici tra chi ha di meno e quindi dovrebbe in qualche modo essere sostenuto e chi ha di più e quindi dovrebbe maggiormente contribuire al bene comune i risultati conseguiti sono, tutto sommato, piuttosto contenuti. Da un lato registriamo, come già osservato, il mantenimento dell’indicizzazione al costo della vita per le pensioni più basse (fino a 1400 euro) e la considerazione del numero dei figli per la determinazione dell’imposta sulla prima casa congiuntamente a una detrazione base di 200 euro.

Dall’altro lato, per quanto concerne i percettori di redditi o titolari di patrimoni elevati la manovra non sembra avere la mano particolarmente pesante. La tassa sul lusso (auto di grossa cilindrata, posti barca, aerei privati) è stata ridimensionata rispetto agli intendimenti iniziali. Viene introdotto un tetto di 300.000 euro all’anno (non sono pochi!) ai dirigenti della pubblica amministrazione ma sono comunque possibili deroghe e restano fuori gli emolumenti milionari dei manager delle imprese controllate dal Tesoro. Per quanto riguarda le remunerazioni dei parlamentari – dopo un tira e molla poco edificante – saranno le Camere nella loro autonomia a definire l’entità dei tagli.

Resta il contributo di solidarietà (anche esso ridimensionato) per le pensioni d’oro. Viene introdotta, superando non poche resistenze, la tassa (inferiore a quella applicata negli altri paesi europei) sui capitali scudati ovvero fatti rientrare in Italia con il condono fiscale. Viene infine aumentata la tassazione su titoli, finanza e attività detenute all’estero. Con riferimento alla lotta all’evasione fiscale – il vero scandalo del nostro Paese – si sono create le premesse per l’abolizione del segreto bancario e si è inserita la norma sulla tracciabilità dei pagamenti ponendo il tetto massimo di 1000 euro per l’uso del contante.

Veniamo ora all’altra questione fondamentale, quella del rapporto tra manovra e prospettive di crescita (il terzo pilastro dopo rigore ed equità). E’ inutile nasconderlo, le misure adottate, se svincolate da un discorso di prospettiva, hanno in sé una potenziale carica recessiva che si cala in un contesto di rallentamento generale dell’economia. Secondo i dati di Confindustria il reddito disponibile delle famiglie italiane è sceso del 4,7% e nel 2012 il prodotto interno lordo diminuirà dell’1,2% nel mentre si prevede una perdita di 800.000 posti di lavoro. La manovra è indispensabile per riportare il bilancio in pareggio e per aggredire il nodo del debito ma se nel contempo non cresce la base produttiva (più occupazione, più consumi, più investimenti, più esportazioni) la situazione rischia di avvitarsi su se stessa: il cane finisce per mordersi la cosa.

Di tutto ciò il Governo è ovviamente consapevole, per cui già nella manovra ha cercato di introdurre qualche limitata misura finalizzata al rilancio dell’economia. Ricordo in particolare la deducibilità dell’Irap sul costo del lavoro onde agevolare l’occupazione dei giovani e delle donne, il regime fiscale di favore per i capitali reinvestiti in azienda, la creazione di un fondo – peraltro modestissimo – per il sostegno delle piccole imprese e dell’export, la garanzia offerta alle banche  con l’intento di riaprire il rubinetto del credito alle imprese. A quanto richiamato va ancora aggiunto da un lato il parziale insuccesso registrato in tema di liberalizzazioni e dall’altro – in positivo – la riprogrammazione di risorse finanziarie non utilizzate per oltre 3 miliardi di euro da investire nel Mezzogiorno nei settori dell’istruzione, delle infrastrutture, delle reti digitali.

Con la definitiva approvazione delle misure da parte del Senato, il decreto “salva Italia” può essere archiviato, grati alla determinazione e al coraggio del governo Monti nonché al senso di responsabilità dimostrato da larga parte del Parlamento italiano. Si apre ora la fase della crescita su cui si gioca il futuro del nostro Paese. Le prossime mosse individuate dal governo sono le seguenti: misure per lo sviluppo che privilegino il Mezzogiorno; taglio delle spese inutili e improduttive (resta aperto il tema dei costi della politica); dismissione del patrimonio pubblico; riforma del mercato del lavoro finalizzato alla eliminazione del precariato e alla crescita della buona occupazione (e a questo proposito ci sono questioni ben più importanti dell’art.18 che può stare così com’è); la rivisitazione degli ammortizzatori sociali e più in generale la realizzazione di un assetto di welfare efficiente, efficace, partecipato; la ripresa del discorso  in tema di liberalizzazioni in vista di mercati aperti, competitivi, nell’interesse di consumatori e investitori; la lotta all’evasione fiscale con misure più incidenti e generalizzate delle attuali. Ma su questi temi ritorneremo in un prossimo futuro.

Il nostro Paese ha di fronte una grande sfida, quella di declinare lavoro e sviluppo in vista di una buona società in cui vivere. Al riguardo ci sono, a mio avviso, tre passaggi fondamentali che pongo a conclusione delle mie riflessioni.

Occorre in primo luogo investire nell’intelligenza (ricerca, formazione) e nelle reti attraverso le quali diffondere le innovazioni facendole fruttificare sul territorio. Nel contempo occorre investire in una migliore qualità della vita per tutti. Vi sono bisogni ed esigenze, a livello di cultura, ambiente, salute, lotta all’esclusione, che non possono più essere sacrificati e che si pongono altresì come nuovi fattori di crescita.

In secondo luogo occorre creare un clima di fiducia tra i vari protagonisti della società e dell’economia: in particolare imprese, sindacati, istituzioni che si scambiano degli impegni reciproci in vista di obiettivi condivisi per il bene di tutti. Occorre altresì creare le condizioni affinché le potenzialità insite nella società civile possano pienamente esplicarsi tanto sul fronte del mercato quanto dello stato in un’ottica di sussidiarietà.

In terzo luogo occorre solidarietà. Solidarietà tra uomini e donne, tra generazioni, tra regioni ricche e regioni povere, tra chi ha risorse finanziarie e non le investe e chi ha capacità di iniziativa economica e sociale e chiede di essere sostenuto. Mai come in questo momento avvertiamo l’esigenza di un patto sociale che a tutti i livelli possa rilanciare il Paese a partire dallo sviluppo, dal lavoro, dall’equità sociale.

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