Un sistema da scongelare
Un sistema da scongelare. Mario Brutti, firma di Dialoghi
Non ci sono più dubbi sul fatto che all’origine della crisi più pesante dal dopoguerra a oggi ci sia lo sconsiderato sviluppo di una finanza internazionale lasciata libera da vincoli e controlli, piegata all’unico fine di produrre soldi con i soldi il più presto possibile.
Fra il 2007 e il 2008 la grande bolla è esplosa a partire dagli Stati Uniti per coinvolgere l’intero sistema finanziario e bancario con perdite enormi cui hanno dovuto far fronte i governi nazionali. In primo luogo, oltre agli Usa, quelli inglese e tedesco.
Inevitabilmente la crisi ha tracimato dalla finanza verso l’economia reale e a pagarla di più sono Paesi come l’Italia, che pure poche responsabilità aveva non foss’altro perché priva di grandi operatori finanziari.
A questo punto però sono venuti al pettine altri nodi, quelli dell’enorme debito pubblico che ci siamo portati dietro negli anni senza mai provare seriamente a ragionare in termini di riduzione strutturale della sua portata, tanto più quando con l’ingresso nell’euro non si poteva far più ricorso alle armi tradizionali della svalutazione e dello stampare moneta.
Ecco, quindi, il ricorso alla formula magica del governo tecnico chiamato a coprire le deficienze di una politica che ha fatto la sua ragion d’essere nell’ignavia, al di là di tante altre cose poco commendevoli.
Tra le tante cose che si chiedono ora a questo governo c’è anche quella di ripulire l’Italia delle infinite incrostazioni con cui si sono costruite posizioni di rendita capaci di sopravvivere a ogni svolta politica e che hanno condizionato il nostro processo di terziarizzazione: un processo fondamentale per la qualità dello sviluppo del Paese.
Non si tratta certo di fare una guerra insensata alle tante categorie professionali di cui è innervato il nostro sistema di servizi, quanto piuttosto di agevolarne l’espansione migliorandone la produttività e riducendone i costi. E allo scopo è inevitabile snidare tutte le posizioni di rendita, grandi o piccole che siano, facilitando l’ingresso di nuovi soggetti e valorizzando il merito professionale attraverso una sana concorrenza.
Sappiamo tutti che di rendita non si alimentano solo tassisti e benzinai o farmacisti, avvocati e notai, ma anche soggetti forti come banche, assicurazioni, aziende pubbliche nazionali o locali operanti in regime di monopolio. Su questi versanti occorrono interventi altrettanto forti e non solo misure che a volte sono di liberalizzazione, ma altre volte sono piuttosto di migliore e più appropriata riregolamentazione.
Si può discutere sui singoli provvedimenti adottati e forse è eccessivo attribuirgli una valenza misurabile in termini di effetti a due cifre su reddito, occupazione, consumi e quant’altro. Ma certe forme di resistenza a oltranza dove la regola è dire no a ogni cambiamento non portano da nessuna parte e semmai, tenendoci fermi, ci portano indietro.
La situazione in cui l’Italia si trova è tale che solo un grande sforzo di recupero di coscienza collettivo è in grado di porre barriere al declino al quale per tutti gli osservatori ragionevoli siamo condannati. Nel 1945 l’abbiamo fatto, dando vita al più grande processo di sviluppo mai registrato nella storia, partendo da condizioni rovinose. Oggi partiamo da condizioni di benessere, anche se con forti zone di diseguaglianza e di precarietà. Dobbiamo forse pensare che la povertà può essere fattore di crescita, mentre il benessere ottunde ogni spinta vitale?
Se così fosse, saremmo perduti. Ma credo che la società italiana abbia ancora voglia di innovazione e di crescita e che su questo possa formarsi e lavorare una nuova classe dirigente, uscendo dalle eclissi.












