"Uomini nuovi" per rispondere alla violenza
Gli occhi luminosi di Joy, la piccola cinese uccisa a Roma, scuotono l'Italia. La risposta è una comunità cristiana che crea comunità per tutti, è il volontariato che crea inclusione, è il dialogo, che in una società complessa tesse rapporti. Paola Springhetti, collaboratrice di Segno
Due rapinatori che per appropriarsi di qualche migliaio di euro con un solo colpo di pistola uccidono Joy, una bambina che non ha ancora spento la sua prima candelina e il padre Zhou Zeng. Mentre si cercano i colpevoli, tutti ne parlano: i media, la gente nei bar, le famiglie nelle case. E poiché l’avvenimento è inaccettabile, ma soprattutto inconcepibile, tutti cercano di normalizzare quanto è successo…
Però i due assassini erano dei balordi. Però la famiglia distrutta faceva transfey money clandestinamente. Però i due assassini erano stranieri. Però quello è un quartiere particolare. Però i sindaci-sceriffi non funzionano. Però… Ci si appende ad ogni particolare utile, come se servisse a ridurre la portata di quello che è successo, a renderlo più sopportabile.
Invece i dettagli non leniscono la verità. E la verità è che il male è dentro e attorno a noi, è nella società e nella sua vita quotidiana, che è la nostra società e la nostra vita quotidiana. E che, purtroppo, non c’è una spiegazione. O meglio, ce ne sono tante ma nessuna è esaustiva.
Possiamo cercare le cause in una società che ha perso di vista l’idea di giustizia sociale e quindi accetta che al proprio interno le tensioni crescano a dismisura. In leggi che costringono troppe persone alla clandestinità e all’illegalità. Nelle politiche della sicurezza velate da demagogia e illusionismo, per cui cifre folli sono state investite in telecamere invece che in quegli interventi che avrebbero potuto curare le lacerazioni sociali. Nei buchi di una società che è multietnica suo malgrado, e che rischia di rimanere un mosaico in cui ogni gruppo coltiva i propri interessi senza avere a che fare con gli altri. Nella follia che può colpire le persone inaspettatamente, e le rende incapaci — per sempre o per poco — di intendere e di volere. Tutte cose vere, ma sappiamo che non bastano. Anzi, sono pericolose perché sembrano sminuire la mostruosità del fatto che una bambina è stata uccisa tra le braccia di suo padre per un mucchietto di soldi.
Allora forse conviene guardare avanti, e chiedersi che cosa fare di quello che è successo, del lutto sociale che dobbiamo portare.
Per un cristiano, eventi come questi sono provocazioni profonde. Gli uomini “vecchi” gridano di dolore, invocano la giustizia, il carcere, l’espulsione… cercano altra violenza, sia pur legale, da contrapporre alla violenza; altro dolore da contrapporre al dolore. Ma questa è una forma di giustizia primitiva, molto vicina alla vendetta, che non risolve nulla.
Gli uomini “nuovi”, che sono resi tali dall’aver incontrato l’amore di Dio, sanno di dover mantenere vivo l’amore per il prossimo, che non è solo una bella espressione un po’ retorica, ma è una come categoria morale che permette di agire anche là dove le regole della giustizia (che pure vanno applicate) non bastano a rompere la spirale del male. «Uomini resi nuovi dall’amore di Dio sono in grado di cambiare le regole e la qualità delle relazioni e anche le strutture sociali: sono persone capaci di portare pace dove ci sono conflitti, di costruire e coltivare rapporti fraterni dove c’è odio, di cercare la giustizia dove domina lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo» (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 4).
Allora la risposta cristiana al dolore è anche sociale e politica. È una comunità cristiana che crea comunità per tutti; è il volontariato che crea inclusione e previene emarginazione; è il dialogo, che in una società complessa tesse rapporti; è la collaborazione con gli uomini di buona volontà, ovunque siano, è la solidarietà che non lascia sole le vittime, ma neanche i carnefici. È una presenza che costruisce futuro.
Paola Springhetti












